Quando trovi il tuo WHY e scopri che è un sorriso. In risposta al quiet quitting e alla great resignation, il mio progetto di umanesimo manageriale per chi resta e non se ne vuole andare.
Passi le tue giornate e, alla fine di ognuna di queste, punti la tua sveglia per il mattino successivo. Lo fai, ripetutamente, con cadenza automatizzata. Per giorni, settimane, mesi, anni. Decenni. Una vita intera.
E arriva quel giorno.
Quel giorno in cui nel tuo ordinario irrompe qualcosa, un particolare fuori posto, una malattia, una nascita, un decesso, un cambiamento improvviso, una pandemia, una lettura inconsueta, un motivo di riflessione che bussa alla tua finestra come il sole del primo mattino. Come l’alba del primo giorno.
Per me è stato un 5 febbraio. Un raggio di sole ha colpito lo specchio dove stavo rimirando la polpa rosacea delle mie gengive in una sorta di forzato sorriso. E’ stato lì. E’ stato in quel momento, abbagliata dal sole, che mi sono chiesta perché.
Perché in azienda, sul posto di lavoro, non si parla delle relazioni difficili, delle parole pesanti in riunione, delle modalità talvolta ‘complesse’ con cui ci si approccia l’uno all’altro.
O meglio lo si fa, certo, nei corridoi, in un sussurro all’orecchio del collega, davanti a una birra lontana dall’ufficio. Ma non lo si dice chiaramente. Non si solleva il vaso di Pandora per dire accidenti, in ufficio talvolta volano coltelli. Che brutto.
E no, non ci è indifferente. No, non fa lo stesso. No, non fa piacere a nessuno. Ci fa male. Sempre. Anche quando fingiamo che non ci importi gran che. E quasi ci si abitua. Si inizia a pensare che sia normale schivare frasi discutibili e sentirsi dire non prenderla sul personale.
E’ stato lì, con il filo interdentale tra le dita, che mi sono chiesta perché non ci si ama, perché (talvolta) non ci si vuole bene anche a lavoro. Perché non ci si tratta onorando l’essere umano che è in noi anche davanti a un excel, anche mentre giriamo le slide. Presi da budget, da obiettivi, da ambizioni, da noi stessi, da eghi sdruciti, da frustrazioni stanche, da nevrosi, soggiogati da 11 ore di lavoro al giorno che quando esci dall’ufficio o spegni il pc ti sei dimenticato che nuances ha la luce naturale del giorno.
Certo, non capita sempre, non in tutte le aziende, non sempre in maniera disfunzionale o patologica, ma capita.
Certo, c’è chi non ci sta più e se ne va. Oggi è tempo di quiet quitting e great resignation anche in Italia. Secondo una ricerca AIDP, Associazione Italiana Direzione Personale, la percentuale di dimissioni volontarie è cresciuta del 37% nel 2021 rispetto agli anni precedenti. Il report “State of the glocal workplace” di Gallup evidenzia che solo il 21% dei lavoratori europei si sente ingaggiato nel suo lavoro e solo il 33% se ne sente appagato.
Ma c’è anche chi non può o non vuole andarsene.
E allora, per chi resta, perché non fare in modo di invertire la rotta. Perché non provare a volersi tutti un po’ più bene. A rispettarsi quanto meno. Anche in ufficio. Senza giudizi di valore. Senza J’accuse. Solo con il desiderio sacrosanto di viverle bene tutti insieme quelle 11 ore, mentre ci guadagniamo la nostra rata del mutuo e speriamo di fare del bene alla società con il nostro contributo.
Perché – mi sono detta il 5 febbraio, armata di spazzolino – non dare il mio contributo a questa nobile causa. Perché non allietare la giornata faticosa del manager con una lettura nella quale identificarsi sorridendo di se stessi. Perché non formare i giovani potenziali manager a un’azienda migliore e sostenibile.
Perché non porre le basi per la coscienziosa, pacifica rivoluzione del manager che non se ne vuole andare, in sit in per una vita serena anche tra le quattro mura aziendali?
E’ lì, è quel 5 febbraio, mentre eseguivo metodicamente l’igiene orale, che ho partorito la mia Saint Honoré di umanesimo manageriale.
Adepta di umorismo pirandelliano, praticante di Ikigai versione Marsilio Ficino, sazia di letture di Byung-Chul Han tanto da avere ormai quasi gli occhi a mandorla, ho redatto su un foglio delicato di carta velina la prima traccia di Manager per caso, il manuale di sopravvivenza di ogni manager che ha come antidoto alle complessità della vita in azienda il sorriso.
Manager per caso è la guida pensata per manager, giovani, studenti e per chiunque abbia un capo o un collega. Pagina dopo pagina scopriamo insieme che gli archetipi sono vivi e vegeti e sono nostri compagni d’ufficio, con i loro tic, la loro umanità e le loro debolezze.
E’ il primo timido, arruffato e impavido passo di un progetto più ampio e ambizioso. Arrogante e sfrontato, utopico e sognatore, bastevole a se stesso se chiuso in un cassetto e audace se liberato lungo i corridoi aziendali. Una pozione magica, un algoritmo, un indovinello sanscrito, un movimento ecumenico, un protocollo segreto che ha un solo sogno, un solo desiderio, un’unica ambizione:
portare valore nella vita dei manager, armonia tra una scrivania e l’altra, cioccolata premium nelle macchinette aziendali e posti auto adiacenti all’ufficio per tutti. E felicità. Si, felicità. E sorrisi. Tanti sorrisi.
Se anche tu sotto sotto sogni un ufficio felice, rapporti armoniosi con i colleghi, sorrisi solidali e un briciolo di affetto anche tra le quattro mura imprenditoriali, in ufficio, in negozio, a scuola, al supermercato, dovunque tu espleti le tue prestazioni professionali, ebbene, unisciti a noi.
Abbraccia impavido il tuo status accidentale e dai la mano ai tuoi fratelli casuali, alla nobile stirpe dei manager per caso, un popolo coraggioso, esterrefatto e fiero.
Scopri le gesta dei tuoi fratelli nelle pagine di Manager per caso. Quella è la loro storia. E anche quella di qualcuno di noi.
Forse anche tu sei un manager per caso e non lo sai. I manager per caso hanno bisogno di te.
PER APPROFONDIRE
Luigi Pirandello, L’umorismo, Garzanti
Ken Mogi, Il piccolo libro dell’ikigai. La via giapponese alla felicità, Einaudi, 2018
Byung-Chul Han, La società della trasparenza, Nottetempo, 2014
Byung-Chul Han, Nello sciame, Nottetempo, 2015
Byung-Chul Han, Psicopolitica, Nottempo, 2016
Byung-Chul Han, Il profumo del tempo, Vita e pensiero, 2017
Byung-Chul Han, L’espulsione dell’altro, Nottetempo, 2017
Byung-Chul Han, La salvezza del bello, Nottetempo, 2019
Byung-Chul Han, Eros in agonia, Nottetempo, 2019
Byung-Chul Han, Che cos’è il potere, Nottempo, 2019
Byung-Chul Han, La società della stanchezza, Nottetempo, 2020
Byung-Chul Han, Topologia della violenza, Nottetempo 2020
Byung-Chul Han, La scomparsa dei riti, Nottetempo, 2021
Byung-Chul Han, La società senza dolore, Einaudi, 2021
Byung-Chul Han, Elogio della terra, Nottetempo, 2022
Byung-Chul Han, Le non cose, Einaudi, 2022
Byung-Chul Han, Perché oggi non è possibile una rivoluzione, Nottetempo, 2022
Angela Deganis, “Manager per caso“, Morellini editore, 2022

