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Né carne né pesce. Né orco né elfo. Né sole né luna. Chi nasce in una famiglia di una determinata classe sociale e nel corso della sua vita cambia il suo status, vive una sensazione di non appartenenza costante. Né a un luogo né a un altro. Sempre in cerca di un posto proprio che non c’è. Anche a lavoro. Una situazione limbica dalla quale non si può uscire ma da cui possiamo trarre il meglio per noi. E’ la storia del popolo dei transclasse in cerca della terra promessa, di quelle migliaia di italiani che negli anni ’90 hanno fatto la loro transizione e di quelli che la stanno facendo oggi. E che ora hanno una marcia in più.

Vi racconto la mia storia. E forse anche quella di qualcuno di voi.

Sono nata negli anni ’70 a Udine, nel cuore del Friuli, in una famiglia orgogliosamente proletaria. Casa in affitto, auto utilitaria, vestiti presi a prestito dai cugini, mani conserte davanti alle vetrine dei negozi perché non c’erano soldi per lo shopping, due settimane di vacanze all’anno nella vicina Bibione negli anni più felici. Sempre un pasto caldo in tavola. Mio padre impiegato in una ditta di trasporti, mia madre prima casalinga e poi, per aiutarmi negli studi universitari, colf. Nei primi anni ’90 per riuscire a pagarmi gli studi pulivamo entrambe le case di altri, lei a Udine, io a Bologna, dove mi stavo laureando in filosofia.

Oggi sono manager, ho un mutuo, un’auto di maggiore cilindrata, la possibilità di viaggiare e vedere il mondo. Sono dove sono per un mix di studio, lavoro sodo, fato, tenacia friulana e per Martin Eden, il romanzo di formazione di Jack London, la storia di un operaio che tramite la lettura di classici e filosofi crede di aver trovato il suo luogo di elezione per poi non sentirselo proprio e scegliere a modo suo la libertà dell’anima.   

Pulviscolo nell’universo, anche io come Martin Eden ho fatto dello studio e del lavoro il mio volano di cambiamento, gli strumenti che mi hanno fatta passare da una classe sociale a un’altra, quanto meno a detta del fisco.

Niente di premeditato. Io volevo solo sapere.

E niente di eccezionale. Come me, parecchi ragazzi e ragazze della mia generazione.

Durante gli anni ’90, con il passaggio all’economia post-industriale, la struttura sociale italiana ha subito profondi cambiamenti. La classe operaia è passata del 52,3% degli anni ’70 al 35,8%, mentre le classi medie, che nel ventennio precedente rappresentavano il 45,4% della popolazione, sono salite al 54,3%. Negli anni 2000, il processo di terziarizzazione si è consolidato. La classe media è arrivata al 62,3%, mentre la classe operaia si è ridotta al 26,1%, con un aumento di impiego nei servizi pubblici e una contrazione di industria e commercio. Oggi la classe operaia rappresenta meno di un quarto della popolazione, mentre la classe media è estremamente frammentata.

Animati da insolenza, quel desiderio di dislocarsi e di regalarsi un posto nuovo, “a misura della nostra ambizione, del nostro merito, della nostra capacità”, per citare la filosofa Claire Marin, membro associato dell’Ecole Normale Superieure nel suo Il nostro posto nel mondo, negli anni ‘90 migliaia di italiani hanno fatto il salto.

Oggi alcuni di loro vivono l’ambiguità emotiva del passaggio, sospesi tra due luoghi, né di qua né di là, né l’uno né l’altro. Stranieri nella terra conquistata.

Sperimentano una doppia distanza, in relazione all’ambiente di origine e in rapporto all’ambiente di arrivo.
Il transclasse non è più sullo stesso piano del mondo che un tempo gli era familiare. Anche lì è fuori posto.
Tra lui e gli altri sussisterà sempre la differenza tra coloro che sono partiti e coloro che sono rimasti […]
E’ uno straniero nel suo stesso paese

Chantal Jaquet, filosofa,
I transclasse o la non-riproduzione

Fuori posto in una terra di mezzo, in un’isola che non c’è. Uno strappo al passato che non può essere ricucito. Un futuro che non si sente proprio.

Non più e non abbastanza.

Eppure secondo Jaquet quello che appare come un’inevitabile rogna del destino può trasformarsi in dono.

La condizione esistenziale dei transclasse nasconde nel dolore della non appartenenza una forte dose di resilienza, una capacità di fluire e di stare nel divenire che è strumento prezioso di sopravvivenza in una società in continuo cambiamento.

Una decostruzione e ricostruzione permanente attraverso le tensioni della transizione” che diventa risorsa di fronte all’imprevedibilità della vita, ai cambiamenti di lavoro, agli smottamenti di compagine societaria in ufficio, all’arrivo di un nuovo capo, al licenziamento di un collaboratore sul quale contavamo.

Quella stessa flessibilità e resilienza che il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum battezza come soft skill fondamentali del lavoratore contemporaneo assieme alla capacità di collaborazione e al pensiero analitico, in un’epoca in cui il lavoro viene sempre più condizionato dallo sviluppo tecnologico e dell’intelligenza artificiale, dall’aumento del costo della vita e dall’adeguamento ai cambiamenti climatici.

Marin definisce il transclasse “un essere ‘tra’ piuttosto che essere ‘in’”.

Una modalità esistenziale snella che ci ricorda che il vero luogo è sempre e solo dentro di noi. Quella valigia che ci portiamo appresso dovunque noi andiamo che inevitabilmente si lascia condizionare dal posto che ci ospita, casa, azienda, ufficio, magazzino che sia. E si nutre dei nostri veri luoghi, quelli che abitiamo mentre compiamo le azioni che ci assorbono e che ci fanno sentire un tutt’uno, nel flusso con il fare, scrivere, dipingere, leggere un libro, strutturare un progetto.

Noi transclasse siamo impertinenti. Abbiamo deciso di non corrispondere alle aspettative, prendere strade altre, rifiutare l’eredità.

Da una generazione all’altra, tra ripetizioni e rotture, spunti diversi possono prendere forma, sorgere combinazioni nuove .
Le carte si ridistribuiscono. Non tutto è deciso. Una parte di impertinenza è di ognuno, di ognuna. […]
Un altro sguardo alle cose […]
Aggiungere il proprio grano di sale.
Distanziarsi. Spostare la prospettiva”.

Lydia Flem, PSICANALISTA E FOTOGRAFA

I transclasse hanno il dis-loco e la fluidità nel cuore. E forse questo aspetto, forse, ci salverà.

Le strade della vita

LA COLONNA SONORA

Noi, ragazzi di oggi, Luis Miguel, 1985


PER APPROFONDIRE

Claire Marin, Il nostro posto nel mondo. Desiderio di fuga e bisogno di stabilità, Einaudi, 2025

Chantal Jaquet, I transclasse o la non-riproduzione, La Città del Sole, 2023

Lydia Flem, Comment je me suis séparée de ma fille et de mon quasi-fils, Seuil, Paris, 2009

Jack London, Martin Eden, Feltrinelli, 2016

Gilles Deleuze, Félix Guattari, Mille piani. Capitalismo e Schizofrenia, Cooper & Castelvecchi, Roma, 2003

Michael Foucault, Il corpo, luogo di utopia, Nottetempo, Roma, 2008

Qui una sintesi delle storia delle classi sociali in Italia

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