La vacanza, lo dicono i latini, è la condizione di essere vacante, non presente. A se stessi e agli altri.
Scopriamo, complici le riflessioni dello scrittore James Ballard e le indagini nel più profondo del nostro io, cosa succede nei luoghi di transizione che ci consentono di diventare altro. Almeno per qualche settimana.
Cosa lasciamo e cosa riportiamo al rientro con noi.
E cosa succede a chi resta e ci vede partire, come gli operatori di volo in quei non luoghi chiamati aeroporti.
Estate.
Tempo di vacanze. Tempo di transizioni.
Lo aspettiamo ogni anno il periodo – una settimana, due, per i più fortunati addirittura tre – in cui stacchiamo dalle faccende di ufficio e voliamo verso lidi lontani.
Già ci vediamo, il vento tra i capelli, spruzzati dalle onde in riva al mare. Di fronte a panorami mozzafiato in cima alle vette dove è un attimo toccare il cielo. In trekking con amici nei parchi più grandi e avventurosi del mondo. Alla scoperta di nuove forme d’arte e deliziose pietanze in alcune delle più suggestive metropoli. Ai concerti, a teatro, in regata. Ovunque.
Con le tempie rilassate e la leggerezza nel cuore.
Con i nostri amori, con i nostri amici, con nuove conoscenze. O nella più totale, beata solitudine.
Non è meraviglioso?
IL NOCCIOLO DELLA QUESTIONE
A rovinarci la festa emerge, sepolto nella memoria, quel passo di “Millennium people” dove James Ballard attribuisce alle nostre “vacanze a buon mercato” – si, proprio quelle che stiamo per intraprendere in questi giorni – una luce inaspettata:
il ruolo sorprendentemente necessario di sfiatatoio sociale sul quale si regge addirittura l’intero apparato neoliberista.
Hai capito bene.
Lavoriamo tutto l’anno – sostiene Ballard – per permetterci di vivere quel momento di fittizia, superficiale libertà chiamata “ferie“, per poi, una volta consumato, ricominciare a produrre freneticamente per garantirci il privilegio di farne ancora esperienza l’anno successivo. In un circolo consumistico e beffardo.
Difficile sfuggire a questo contesto riflessivo.
E io forse lo aggravo.
La mia parte preferita delle vacanze è infatti legata al momento del passaggio, a quei luoghi fisici come aeroporti, stazioni e rental car dove dismettiamo i panni di impiegati, manager, insegnanti, imbianchini, negozianti, banchieri e postini e indossiamo la leggera, frivola tenuta da viaggiatore.
A quei non luoghi di transizione dove ti ritrovi con lo sguardo sognante sul tabellone delle partenze o in corsa tra un gate e l’altro, in preda alla voglia della scoperta.
Di nuovi lidi, di nuovi orizzonti, di nuove lingue, di nuovi letti, di promesse di nuovi sé.
La vedi lì quella voglia, sui volti di tutti e di tutte. Indipendentemente dal colore della pelle, dal genere, dall’età, dalla nazionalità. Nonni, adulti, bambini. Uomini e donne. Europei, americani, orientali e africani.
A quel profumo irresistibile e fruttato di fuga e di evasione ci sono poche eccezioni, giusto chi non parte, le persone che in quel luogo di passaggio ci lavorano, ti obliterano ticket, ti stampano voucher, ti vendono panini e caffè americani, acque di colonia e foulard, giornali in lingua tedesca, riviste, bon bon e parole crociate.
Non cercano i nomi di mete esotiche sul tabellone, ma scrutano sotto il polsino le lancette dell’orologio che decretano la fine del loro turno.
Può capitare a volte che, mentre si tolgono la divisa per andare a casa, tra una timbratura e un saluto svogliato al collega, indugino anche loro nel sogno, quando verrà il loro momento e transiteranno per un po’ altrove.
Ma è un battito di ciglia, solo un attimo di distrazione.
Sanno, più di altri, esperti osservatori di viaggi, che a ogni partenza corrisponde quasi sempre un ritorno.
VACARE È BELLO
Eppure concedersi una vacanza fa bene. Lo dice la scienza.
Riposare, fare esercizio, scoprire cose nuove, l’ossitocina che viene rilasciata a ogni abbraccio, le endorfine da risate con gli amici…Tutto il pacchetto completo “vacanza” fa bene alla nostra salute.
Così come il dolce far niente scatena il nostro default mode network, facilitando connessioni neuronali votate al problem solving, e fa tanto del bene alla nostra creatività.
Uno studio di Brooks Gump e Karen Matthews durato 9 anni su un campione di 12 mila persone di mezza età e pubblicato sulla rivista “Psycomatic Medicine” ha attestato che fare una vacanza riduce i rischi di malattie cardiovascolari, mentre una ricerca della World Health Organization ha registrato che chi lavora 55 ore alla settimana corre il rischio di avere un infarto più elevato del 35% rispetto a un lavoratore più moderato.
Lo so che state facendo gesti scaramantici, cari i miei workaholics. Vi vedo. Sono lì con voi.
IL NEMICO è DENTRO DI NOI
Nonostante l’insindacabilità di questi dati, non tutti sono pronti.
E staccare non è sempre così facile.
Secondo la survey di Movchan Agency sottoposta a 2000 lavoratori,
- il 34% di noi lavora anche in vacanza, perché ama molto la propria professione
- il 26% lo fa perché costretto dal proprio capo (argh!)
- il 29% perché teme di perdere il proprio lavoro.
- Il 33% riceve messaggi dai colleghi ovunque lui si trovi
- il 29% mail
- e il 7% messaggi sui social.
- Il 28% litiga con il proprio partner a causa dell’intromissione del lavoro nel proprio tempo libero
- mentre il 70% denuncia uno stato di burnout e depressione in una condizione in cui le barriere vita lavorativa / vita privata non sussistono più.
Basti pensare che il 47% degli intervistati ha ammesso di aver cancellato i propri piani vacanzieri per lavorare.
Alzi la mano chi di noi non l’ha fatto almeno una o più volte nella vita.
Per tutti gli altri, per coloro che riescono a
prendersi le vacanze e a godere di questo splendido diritto, che è anche un dovere verso noi stessi,
per loro mettiamo da parte le sollecitazioni riflessive di Ballard, le statistiche e medie, gli studi scientifici e i rimbrotti degli stakanovisti e ci spaparanziamo in riva al mare, in cima a una montagna, dentro un dipinto di Van Gogh.
D’altronde, che ne sarebbe di un mondo senza vacanza?
Quale lavoro senza ferie?
UN PO’ DI NUMERI: ITALIANI IN FUGA
Secondo l’indagine Ipsos “Future4Turism” sulla propensione di vacanza degli italiani
- il 76% di noi conterranei si concede l’abbandono di uffici e scrivanie in estate
- il 27% a luglio (16 milioni secondo Condiretti)
- il 28% ad agosto (18.4 milioni) – mese prediletto dalla Generazione Z –
- il 19% – a settembre (4,6 milioni, Boomers in pole position)
- mentre a giugno eravamo in 15milioni altrove.
Tra le mete più gettonate, in primo piano il mare, seguito da campagna e parchi naturali, montagna e città d’arte.
Vacanze nostrane per il 66% dei nostri connazionali.
Il 19% opta invece per l’Europa, l’8% per il resto del mondo, il 2% punta tutto su una crociera.
38milioni di italiani a zonzo nel mondo, di cui il 32% concentrati nella propria regione di residenza, mezzo milione in più rispetto al 2023, con una spesa media prevista a persona di 746 euro, stando all’indagine di Coldiretti/Ixè, per cui
- il 25% di noi si concederà due settimane di ferie
- il 14% tre
- il 7% un mese intero
- il 3% addirittura più giorni
- mentre il 18% solo tre (coraggio!).
FederAlberghi parla di un giro d’affari di 40 miliardi. Niente male.
Lo sapevi che…
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Buone vacanze a tutte e a tutti!
Per approfondire
La definizione di “vacanza” nel dizionario Treccani
L’indagine Ipsos sugli italiani in vacanza
L’indagine di Coldiretti sul turismo estivo degli italiani
Gli italiani in vacanza secondo Adnkronos
L’indagine di Movchan Agency
I dati della scienza sul fronte vacanze secondo Forbes
Gli studi di Gump e Matthews nella rivista “Psychosomatic Medicine“
James Ballard, “Millennium People“, Feltrinelli, 2004
Dennis Ramirez, “Default Mode Network (DMN): Structural Connectivity, Impairments and Role in Daily Activities“, 2015
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