Home » LE MILLE E UN MANAGER » YES MAN, EROE IN ESTINZIONE

I paradossi della modernità e il potere di un sì.

Perché per alcuni è così facile dire di sì e per altri impossibile? Che mito soggiace dietro gli Yes Men? E’ davvero ignavia la loro o rappresentano una nuova forma di eroismo? Ci vuole coraggio a essere Yes Man o banale arrendevolezza?

E infine, quale rischio di estinzione corre la popolazione degli Yes Men con il sopraggiungere di Intelligenze artificiali che ripetono esattamente quello che vogliamo sentirgli dire?

Crescendo come professionista e come donna ho fatto del senso di responsabilità e dell’assertività il mio cavallo di battaglia, il mio asset principale, il mio obiettivo quotidiano, condizionata per natura e mio malgrado da tratti caratteriali che affondano le loro origini in terra friulana, una regione di confine dove la gente si contraddistingue per la sua schiettezza e il suo buon cuore.

 Non ho mai fatto mistero della poca simpatia che nutro per gli Yes Men, quei manager che, per dirla alla Treccani,

 “tendono ad assecondare sempre le decisioni e le richieste dei loro superiori, senza sollevare obiezioni o critiche, anche quando potrebbero essere necessarie per il bene dell’azienda

 Ne parlava un interessante articolo de Il Sole 24 Ore qualche tempo fa, collocando questo modello manageriale pervicace e resistente nel cuore della cultura asiatica, dove

il top management stabilisce obiettivi irrealistici e il middle management non osa sollevare obiezioni e, nell’ansia di non deludere i piani alti, preme sui collaboratori affinché confermino con il loro operato la bontà delle decisioni del capo, anche dissimulando risultati impossibili.

Forse vittima di un bias  cognitivo, sicuramente in preda a pregiudizio, ho sempre considerato duramente gli Yes Men per quella che ai miei occhi è nuda arrendevolezza, oziosa pigrizia, pusillanimeria opportunista, delega della propria responsabilità all’altro e noncuranza nei confronti del prossimo. Perché se dici al tuo capo o al tuo collega di sì, quando pensi no, quanto meno gli stai mentendo,

stai barattando il tuo reale pensiero e la tua professionalità per il vantaggio della sicurezza e dell’accettazione, per il quieto vivere, per promesse di carriera che, in alcuni ambienti, arrivano più facilmente se la pensi come il capo.

Una fila di attributi che tradiscono la mia etica del lavoro e che potremmo sintetizzare in una perifrasi banale:

gli Yes Men sono gente che sceglie vita facile.

 Ma è proprio così?


LA SVOLTA

 Oggi è giunto il momento di fare ammenda. Di dare loro una seconda chance. Oggi è la rivincita degli Yes.

Faccio forza su me stessa e mi chiedo:

e se lo Yes Man non potesse fare altrimenti, come se qualcuno o qualcosa gli impedisse di fare diversamente, come se la fata turchina glielo avesse attribuito come talento alla nascita o fosse l’esito improbabile di un desiderio male espresso alla lampada di Aladino?

 Osiamo di più.

E se in extremis dire sempre di sì fosse l’opposto di quello che immaginiamo, un reale atto di eroismo, addirittura di cura nei confronti dell’altro, di completa accettazione, di rinuncia di sé per supportare il prossimo e aiutarlo ad affermarsi, anche quando quello che dice è una totale fesseria?

Un sì che è puro amore.

Immaginiamoci il nostro uomo e la nostra donna del sì rimuovere consapevolmente i propri pensieri per fare spazio a quello degli altri, ingoiare più rospi amari di quante rughe abbiano in volto, mentre annuiscono con leggeri cenni del capo a qualsiasi cosa dica il loro interlocutore.

Immaginiamo il loro cerchio alla testa a fine giornata, dopo quelle continue rotazioni di cervicale, 8 ore su 24, 5 giorni su 7.

Immaginiamo reflussi gastrici silenti che di quando in quando risalgono l’esofago come salmoni in contro corrente, ultimi moti di fugaci coscienze, l’aspra consapevolezza che ti coglie tra una riunione e l’altra quando hai il sospetto che sia un errore uccidere una parte di te pur di mantenere una parvenza di serenità e sostenibilità nell’aria.

Immaginiamo gli Yes Men e le Yes Women, e improvvisamente empatizziamo con loro, eroi del quotidiano, samurai della sottomissione, missionari di pace in un mondo difficile.

 “Che ti costa dire di sì” è il motto che caratterizza il loro status, tramandato di generazione in generazione, da una sala cda all’altra, da scrivania a scrivania, ricamato nel risvoltino della camicia o della divisa, tatuato nei polpacci dei più audaci, affisso sopra il camino dell’ufficio in bella vista per tutti.

 Un martirio di affermazioni con cui i Positivi ottengono benefici dal potere rinunciando alla propria affermazione di esseri viventi, al diritto di dire ‘io sono’ e ‘ io penso’.

Uno Yes Man professionista e stanco

UNA RIVOLUZIONE COPERNICANA

La prospettiva che offriamo potrebbe aprire nuove orizzonti, lo sappiamo. Una reale rivoluzione copernicana nell’approccio scientifico allo Yes Man e alla Yes Woman.

Siamo in un mondo alla rovescia, dove, novelli Alice nel paese delle meraviglie, scopriamo che all’ombra di una Regina di Cuori vive un consesso di persone rinfrancanti che confermano, passo dopo passo le scelte dei vertici, anche quelle più difficili, anche quelle più controverse, tessendo un’enorme coperta di Linus per capi che non devono chiedere mai ma che, sotto sotto, sono cuori di panna in cerca di consenso. Lì, soli al potere, in necessità di una corte che li avvalori.

 Per capi di questo tipo, gli Yes Men sono questione di vita o di morte, fondamentali tasselli per la sussistenza professionale, coccola quotidiana nella decisione aziendale, reali agenti sociali al mantenimento dello status quo. Utili, necessari.

Se sei un capo o una capa di questo tipo in cerca di conforto, lo Yes Man ti salva la vita, ti sorregge la spalla, ti rinfranca nel dolore, in cambio di un piccolo avanzamento di livello, di una migliore posizione nell’organigramma o del lavaggio gratuito dell’auto aziendale.

Nei migliori dei casi forse anche in cambio di nulla, se non il quieto vivere.

Se sei avulso da queste dinamiche, riconosci i benefici di avere al tuo fianco colleghi Yessici che rassicurino il capo al posto tuo, che facciano per te quel lavoro sporco che tu non sai fare.

Un prototipo di Yes Man giullare

YES A RISCHIO

Proprio ora che li comprendiamo meglio e quasi ci viene da chiedere loro scusa, proprio ora che non ce ne vogliamo più sbarazzare, sognando un mondo in cui le persone possano esprimere in serena sicurezza i propri pensieri in dialoghi costruttivi e arricchenti, proprio ora ci addolora sapere che la loro etnia è a rischio.

Se gli Yes Men dovessero malauguratamente scarseggiare, oggi possiamo sempre contare sull’affidabilità di una risposta da Intelligenza artificiale, sulla rassicurante scioglievolezza di sentirti ripetere dall’AI esattamente quello che tu gli hai insegnato a dire, fedele a te stesso, specchio dei nostri pregiudizi, delle nostra certezze e delle nostre paure.

E’ il Bias AI, il bias dell’algoritmo che propone risultati distorti dettati da credenze e pregiudizi umani, portando a output potenzialmente dannosi. La nuova frontiera di un capo in cerca di rassicurazioni e vera minaccia per il popolo degli Yes Men, facilmente sostituibili con Positivi Robotici programmati per ripetere quello che vogliamo sentirci dire.

E alla fine capiamo che questo articolo è per loro, per il popolo degli Yes in carne ed ossa, un omaggio alla loro positiva resistenza.

Non mollate ragazzi. Continuate sempre a dire di sì.

Una Yes Woman di primo occhiale, felice di essere tale

PER APPROFONDIRE

Yes Man, Peyton Reed, 2008

La definizione di Yes Man della Treccani

L’articolo del Sole 24 Ore sulla cultura dello Yes Man

Un altro articolo sul tema

Un approfondimento sul Bias AI

Un articolo sul tema AI dell’Huffington Post

Foto by Pixabay