Home » SINDROMI IN UFFICIO » IL CLAN VA IN UFFICIO e BULLIZZA GLI ALTRI

Quando il bullismo in ufficio è silente.

Fatti una domanda e datti una risposta. I colleghi vanno a pranzo fuori e non ti invitano mai? Prendono decisioni lavorative davanti a un Daiquiri in aperitivo serale e tu non ne sai nulla? Si organizzano per partecipare a eventi professionali e tu lo vieni a sapere a cose fatte?

Se la tua risposta è sì, allora hai un problema. E questo problema si chiama: esclusione dal clan. La buona notizia? Non sei solo. In Italia si registrano migliaia di casi simili che nei casi più estremi gli studiosi epitetano affettuosamente come “bullismo da ufficio”.

Il quesito che ci poniamo, sotteso tra le righe, è questo: si può lavorare bene in azienda senza partecipare alla sua vita sociale extra-professionale?

Siamo tra adulti. In ufficio, in negozio, a scuola, in biblioteca, in ospedale, su strada, al mercato, nei campi. Ovunque noi esercitiamo la nostra professione.

Ma è proprio così?

Non ci ritroveremo di quando in quando invece in uno di quei rari momenti in cui la maestra ci ha lasciato da soli in aula a tirarci i capelli e farci i dispetti? Proprio lì, tra i banchi di scuola, dove invece ora sorgono scrivanie e pc?

Il sospetto mi è venuto. Il sospetto mi è venuto ascoltando la storia di Beppe, un nome fittizio dietro al quale pulsa, carne e ossa, un professionista nel settore amministrativo dell’alta finanza che ho incontrato mesi fa a un seminario sulla parola inclusiva.

Un sospetto fugato subito. Perché la storia di Beppe non è un gioco da bambini.


BEPPE, UNO DI NOI

Beppe ha una storia da outsider. In ogni azienda che l’ha ospitato è sempre stato fuori dai ranghi, leggermente in apartheid rispetto a colleghi solidali e coesi che fanno gruppo.

Non che Beppe sia antipatico ai più. I colleghi paiono ricambiare la sua affabilità, eppure lo escludono o quanto meno lo fanno sentire tale nella quotidianità della collettività lavorativa.

Una percezione confermata da fatti. Beppe non partecipa alla vita sociale extra lavorativa, autoescludendosi un po’. Non va agli aperitivi e di converso non viene invitato ai pranzi di lavoro. Quando i colleghi escono dall’ufficio per andare al bar insieme lo salutano col sorriso augurandogli buon pranzo.

E’ fisiologico e bello che nascano amicizie sul lavoro” si dice Beppe.

Il problema non è di certo quello.

La cosa difficile è che in questi pranzi vengono prese decisioni lavorative che riguardano anche il mio reparto e io non ne so nulla” spiega Beppe.

Da informazioni su progetti lavorativi che andrebbero condivisi a partecipazioni collettive a eventi istituzionali a cui lui non aderisce perché non ne è letteralmente al corrente.

Elementare, Watson. Le possibilità sono due.

  • Beppe, che potrebbe essere tranquillamente Enrica, Orietta, Giovanni o Steve, è una persona sgradevole e forse anche un pessimo professionista

oppure

  • i colleghi di Beppe sono una manica di stronzi.

Crediamo che nessuna delle due eventualità sia vera.

Non pensiamo che Beppe sia un pessimo elemento o un collega poco collaborativo e non riteniamo che i colleghi di Beppe siano pessimi compagni d’ufficio, agiscano in questo modo per dolo e lo escludano intenzionalmente.

Pensiamo piuttosto che nell’azienda in cui lavora Beppe ci siano dinamiche da clan e che da questo clan Beppe, per sue caratteristiche precipue, sia escluso. Anche quando la materia sul piatto è professionale.

Beppe non profuma come loro, non pensa come loro, non parla come loro. Non viene riconosciuto da loro che, appunto, loro malgrado, non lo vedono.

Forse per abitudine, forse condizionati da un capo branco Beppe-repellente. Forse per comoda superficialità.

Se la situazione si appesantisse sarebbe un caso eclatante, spontaneo e sincero di bullismo di massa, fenomeno riconosciuto anche dalla letteratura. Per Beppe, nei momenti di massimo scoramento, è già un po’ così.


I NUMERI DEL BULLISMO IN UFFICIO

Per il Workplace Bullying Institute (WBI), attivo in America da 27 anni, Il bullismo sul posto di lavoro è

un maltrattamento ripetuto e dannoso per la salute da parte di uno o più dipendenti nei confronti di un altro dipendente. Comportamento che assume la forma di abuso verbale, di comportamenti percepiti come minacciosi, intimidatori o umilianti, di sabotaggio del lavoro, di esclusione e isolamento sociale o di una combinazione di questi comportamenti.

Il fenomeno è stato originariamente chiamato “mobbing” in Svezia dal professore universitario Heinz Leymann, autore dell’omonimo libro. La giornalista britannica Andrea Adams ha coniato invece il termine “bullismo sul posto di lavoro”.

Un tema universale.

Secondo il portale d’informazione americano Great Place to Work

oltre 7 dipendenti su 10 (75%) dichiarano di essere stati vittime o aver assistito a episodi di bullismo sul luogo del lavoro, per un totale di oltre 79 milioni di collaboratori coinvolti negli Stati Uniti.

Sul fronte europeo, sul portale People management più di un quarto dei collaboratori inglesi ammette di aver subito bullismo a lavoro, mentre secondo l’Irish Time i lavoratori coinvolti in queste vessazioni in Irlanda sono il 9%

Un fenomeno anche squisitamente italiano.

Secondo uno studio del centro ricerche dell’AIDP, associazione italiana per la direzione del personale, effettuato in collaborazione con l’Università Cattolica di Milano, su 600 professionisti tra direttori e addetti HR statisticamente rappresentativi,

il 30% dei rispondenti ha ammesso l’esistenza di episodi di bullismo in azienda.

L’Ong internazionale Bullying Sin Fronteras registra invece 32.600 casi gravi di bullismo tutto nostrano – inclusi quelli scolastici e di cyber bullismo –  che collocano l’Italia al 18° posto nella classifica mondiale.

E non ci sorprende che nel nostro Bel Paese si sia appena festeggiata, il 7 febbraio, la giornata nazionale contro il bullismo.


HOW TO SURVIVE SE IL TUO CLAN NON CE L’HAI

Preso atto, insindacabile, dell’esistenza di questo fenomeno vivo e vegeto anche  entro le quattro mura lavorative, cosa possono fare Beppe, Enrica, Orietta, Giovanni e Steve per uscirne?

Gli esperti ammettono che l’esistenza di un codice etico e di policy serrate contro questo fenomeno sempre più pervicace – inclusi i processi di segnalazioni anonime di illeciti tramite le piattaforme di whistleblowing, approvate dal D.Lgs. n. 24/2023 – potrebbero non avere l’effetto sperato, mentre molto può fare un approccio preventivo nella selezione e assunzione di personale che non agevoli queste dinamiche.

Beppe ha provato a prendere il clan in contropiede.

Un giorno ha invitato tutti i colleghi a pranzo per dare agli eventi una nuova traiettoria, per ricordare la sua esistenza e magari instaurare una nuova, buona, condivisa abitudine.

In molti alla fine hanno partecipato.

Beppe ne è stato parecchio felice.

Eppure tra un portata e l’altra, lì davanti a un piatto di pasta fresca, ha avvertito il suo essere distante da quelle dinamiche e da quelle chiacchierate. Il suo non fare parte di abitudini che ormai sono quelle di altri e non le sue.

E lì ha capito. Ha compreso che il clan è clan per un motivo e quel motivo, quei valori, quel collante, quelle comunanze non gli appartengono. Senza giudizio di valore.

Continuerà, ora si a cuor più leggero, con maggiore consapevolezza a frequentare con piacere ora l’uno ora l’altro, salutando con sorriso sincero il gruppo di colleghi che si incammina per pranzo e prendendosela un po’ meno quando scoprirà che per l’ennesima volta si sono dimenticati di lui.

Anche quando si tratta di lavoro. Anche quando si tratta di partecipare a una formazione professionale. Anche quando si tratta di andare a un evento del settore.

Perché è così che fa il gruppo. Si serra in se stesso in un processo di reciproco riconoscimento, in una bolla amorevole e partecipata, in un gioco di confortante rispecchiamento. E non vede altro. E non vede l’altro.


SE LE COSE SI FANNO SERIE

Se quell’altro sei tu e la situazione ti perplime portandoti alla sofferenza psichica e alla somatizzazione fisica, se i colleghi del ‘branco’ non sono di fatto ‘carini’ come quelli di Beppe, non soprassedere. Non aspettare. Chiedi aiuto.

Rivolgiti al reparto delle risorse umane della tua azienda e, se non ne possiedi uno o necessiti di sentirti tutelato senza metterti in una situazione di ulteriore frustrazione, affidati alle segnalazioni anonime effettuabili su piattaforma whistleblowing di cui i datori di lavoro si devono munire nel rispetto del decreto legislativo n. 24/2023.

Parlane con un amico, rivolgiti al tuo medico curante e nei casi più gravi di lesioni alle autorità.

Non sei solo. Davvero.

Parola di Beppe.


PER APPROFONDIRE

Heinz Leymann, “Mobbing. La persecuzione a lavoro”

Andrea Adams & Neil Crawford, “Bullying At Work”, 1992

I consigli per gestire il bullismo in azienda di Monster

I consigli per manager HR

I numeri del bullismo di Issim

L’allarme workplace bullying di Hrnews

Il sito di Great Place to Work

Il sito inglese di People Management

Il portale di prevenzione Pnrr Salute del governo italiano

Le statistiche sul bullismo italiano di Bullying Sin Fronteras

La piattaforma di Workplace Bullying

Photo by Pixabay