A proposito di cultura dell’errore. Storia di un collaboratore e di un capo – apparentemente felici insieme ma in realtà più felici separatamente – e di come da un tradimento può nascere un fiore. Forse.
“Used to love her (but I had to kill her)”. Prima decade degli anni 2000. Davano questa canzone dei Guns N’ Roses su Virgin radio la mattina successiva al giorno in cui avevo capito qualcosa in più di Alfredo. E di me.
Quello che per convenzione chiameremo d’ora in poi Alfredo è un collaboratore. Se l’avessimo chiamato Donatella non avrebbe fatto alcuna differenza.
Alfredo è quello che lavora al tuo fianco, quello che ha ricevuto un meritato aumento di livello e di stipendio – e tu ne vai fiero -, quello a cui ogni giorno accordi il tuo supporto e la tua stima e a cui dici che è bravo con la stessa periodicità con la quale – per azzardare una metafora botanica -, annaffi una piantina giovane e bellissima, un po’ acerba, in attesa che diventi un solido, meraviglioso arbusto.
A scanso di equivoci, caro amico di Linkedin, Alfredo ci piace e te lo diciamo subito. Tutta l’attenzione che abbiamo riposto in Alfredo era meritata.
Anche se.
Anche se Alfredo ha, come tutti noi, il suo lato oscuro.
- Alfredo possiede una tendenza genetica ad attribuire alle tue parole significati e forse anche significanti che tu, gli altri e l’Accademia della Crusca non ravvedete.
- Alfredo tiene il broncio se non si sente riconosciuto come dovrebbe (magari a ragione).
- Alfredo ricorda con precisione certosina cosa hai detto il giorno x all’ora y in merito al tema z e te lo rammenta anche anni dopo – perché non se l’è presa per niente -.
- Alfredo crede che il relativismo gnoseologico sia un movimento rivoluzionario indiano soppresso da un trionfante assolutismo in pieno XVII secolo. E ne è felice.
- Alfredo è cintura nera in pensiero critico e oscilla tra atteggiamenti che tradiscono una fisiologica, giovanile e comprensibile insicurezza e momenti di ego impavido in cui ritiene di essere il più bravo.
- Alfredo ama le arachidi e detesta il maltempo.
Alfredo ci piace anche per questo. Per la sua irrequieta vivacità.
Ulteriori indizi?
- Usa la prima persona singolare nella presentazione dei progetti di funzione.
- Rinomina le revisioni dei file con le sue iniziali.
- Se può in sessione privata dice al tuo capo che ‘talvolta’ avrebbe preferito lavorare direttamente con lui, anziché avere intermediari. Quell’intermediario saresti tu.
Questo quadro che potrebbe parere complesso (potrebbe) viene bilanciato da una dedizione al lavoro, una gran voglia di crescere, attenzione ai particolari, grande affidabilità. Lo sappiamo tutti quanto questi requisiti siano preziosi.
Il collega è sfidante, ti dici. La sua precisione, voglia di fare e puntualità promettono bene. Ci piace
Non è una novità. Il primo della classe
- eccelle in efficienza
- è dominato dal bisogno di spiccare (che male c’è)
- è portatore di una risicata cultura dell’errore, per gli altri e anche per se stesso. Un errore su di sé non lo riesce proprio a tollerare: ne nega l’esistenza o eccede in scuse e giustificazioni.
Alfredo ci piace anche per la sua tendenza all’innamoramento professionale, in adorazione subitanea per alcuni soggetti, tecnici come lui, che considera eccelsi. Quando guarda lo scrum master o il controller, Alfredo ha sempre gli occhi a cuore. Almeno finché non incontrano il suo disappunto.
Ok, ho capito come fare, ti dici.
Cerchi di ottenere il meglio da Alfredo, così come dagli altri colleghi e da te medesimo, lo elogi meritatamente in più occasioni anche in consessi pubblici e lo richiami con delicatezza privatamente quando devi. Non è forse quello che deve fare un leader? Vedi già le fronde rigogliose dell’arbusto svettare nel cielo e profumare l’ambiente. Funziona.
Eppoi arriva il giorno in cui inizi a ravvedere nello sguardo che ti rivolgono gli altri colleghi una sfumatura di mi dispiace che prima non avevi mai notato.
E solo dopo un po’ comprendi che il collaboratore infelice, che tu credevi felice, magari un tantino permaloso ma affezionato, ha una sua weltanschauung inaspettata, popolata dalla sua eccellenza e ovviamente da quelle che per lui sono le tue manchevolezze, e gli piace condividerla con gli altri. Tranne che con te.
Una versione ben diversa dalla tua, che fino a pochi minuti prima ti sentivi una via di mezzo tra Mary Poppins, Laura Ingalls de “La casa nella prateria” e Robin Williams ne “L’attimo fuggente“, ma con indosso un blazer Armani che richiama nel tessuto la vestaglia del Drugo (“The Big Lebowsky“). Un leader caring e take it easy.
Ti piacerebbe dire che te lo aspettavi. Non è così.
Quando ti trovi in questo specifico pantano relazionale, quando ti becchi questa doccia fredda a cui ovviamente hai contribuito tuo malgrado, quando il dado è tratto, come fare per uscirne?
Scartando l’ipotesi illegale e gravosa di omicidio di primo grado (hashtag#humor), l’unica strada a conti fatti percorribile è ammettere in primo luogo, ammaccati e doloranti, il proprio errore e cercare di recuperare. Non ti sei accorto di nulla o se te ne sei accorto, hai fatto finta di niente per pigrizia emotiva mentre l’insoddisfazione esistenziale del tuo collaboratore montava come una palla di fieno esposta al vento. Magari per motivi privati, magari per caratteristiche congenite – vorremmo appellarci alla tautologia “uno stronzo è uno stronzo” ma le strade facili non portano a nulla -, magari a causa tua, magari no o forse solo in parte. Ma una palla di fieno non bada alla genesi che l’ha causata. Aumenta, raccogliendo sull’asfalto particelle invisibili di polvere che ben presto diventano altro.
Ricordo ancora il dispiacere quando mi capitò anni fa. E ricordo anche la tenerezza. Per me e per Alfredo. Parlare al collaboratore infelice fu come affrontare una fortezza di convinzioni strutturate su mattoni di melassa, un materiale apparentemente innocuo ma estremamente scivoloso.
Di sicuro imparai – ero giovane anch’io – a non sottovalutare le dinamiche di gruppo, a leggere meglio i sentimenti del singolo e a prendermene ancora più cura. Ma anche a lasciare che le cose siano. Possiamo fare del nostro meglio ma non possiamo controllare tutto.
Alla fine, guardandomi attorno, l’insoddisfazione di Alfredo non aveva attecchito, non era il primo indizio di una terribile, apocalittica, sterminata e sterminante epidemia di insoddisfazioni in reparto o il proclama del mio fallimento di capo. Forse perché quanto avevo seminato anno dopo anno, mese dopo mese, giorno dopo giorno era più fiorito e profumato di un’ispida pianta chiamata forse frustrazione, forse incazzatura, forse irrequietezza.
O forse perché portare a tutti quanti croissant al cioccolato spolverati di zenzero i lunedì mattina obiettivamente funziona. Una strategia contro la fuga di cervelli. Annego i loro neuroni negli zuccheri e li trattengo lì, sulla scrivania. (Seguimi per altre ricette :-)).
Anni dopo parlai di quella difficoltà con gli altri colleghi del gruppo, ormai tutti allocati in altre aziende. Mi consideravano un punto di riferimento nel loro percorso di crescita professionale. E di quello della loro glicemia. Avevano ancora le mani sporche di cioccolato e zucchero a velo.
Con i ‘ragazzi’, esseri umani adulti oggi strategist e manager, continuiamo a sentirci ancora con stima e affetto reciproci, a darci consigli e mangiare croissant. Non sentiamo il collega infelice, invece. Io me lo immagino cresciuto e profumoso. Spero in cuor mio abbia incontrato un innaffiatoio più adatto a lui.
Ogni volta che ci penso – e ci penso ancora – mi viene in mente uno splendido saggio di James Hillman sul tradimento.
Non c’è fiducia senza tradimento,
spiega lo psicologo junghiano. Un tradimento necessario a volte in chi lo fa e in chi lo subisce per trovare se stessi. Forse, mi dico, il mio modo di essere capo ha tradito le aspettative del collaboratore e il suo modo di essere collaboratore ha tradito le mie.
Alla fine penso che “Used to love her (but I had to kill her)” è la canzone che il collaboratore infelice ha fischiettato per trovare la sua strada. E io la mia.
PER APPROFONDIMENTO
James Hillmann, “Puer Aeternus”, Adelphi, 1999
Guns N’Roses, “Used to love her”, “G N’ R Lies”, Geffen Records, 1988
“Mary Poppins“, Robert Stevenson, 1964
“The Big Lebowsky“, Ethan Coen, Joel Coen, 1998
“Il vangelo secondo Lebowsky“, Dwayne Eutsey, Fazi editore, 2013
“Little House on the prairie“, Laura Ingalls Wilder, HarperCollins Publishers, 2017
“Dead poets society“, Peter Weir, 1989

