E se, parafrasando un meraviglioso film francese, stessimo tutti diventando cuori in inverno, novelli Mister Freeze, asfittici professionisti serrati dietro le nostre scrivanie?
Per mancanza di alternative, pressati da Everest di mansioni, circondati da situazioni dinamitarde che mettono a repentaglio serenità e posti di lavoro, stralunati da relazioni tossiche all’acido muriatico che scardinano la nostra autostima giorno dopo giorno, spaventati dal fantasma, tangibile e robotico, dell’intelligenza artificiale generativa e del suo uso cieco e non ragionato, novelli campioni di staffette di riunioni e salti agli ostacoli.
E se per sopravvivere a tutto questo ci fossimo anestetizzati?
Leggevo l’altro giorno un bell’articolo di Alberto Varriale, partner di Newton Group, su Il Sole 24 ore.
Nel suo osservatorio privilegiato di formatore e consulente, Varriale registra un progressivo deterioramento e contrazione della capacità di percepire emozioni e mostrare empatia in ambiente di lavoro.
“Un progressivo distacco emotivo che mina la collaborazione e il senso di appartenenza, trasformando il lavoro in mera esecuzione dei compiti senza connessione umana”.
Alberto varriale
Non apatia, non disimpegno, necessario distacco. Come se non fossimo più in grado di gestire una relazione, di affrontare una discussione, di accogliere la complessità che c’è nell’umano, in noi e nell’altro. Come se, in piena epoca di intelligenza artificiale, decidessimo scientemente di abdicare alle emozioni per soffrire meno e efficientarci di più, novelli robot di noi stessi.
Vuoi per le pressioni costanti, vuoi per il predominio della cultura tecnocratica e digitale nelle nostre vite che se non consulti Perplexity anche per la scelta della carta igienica non sei felice, vuoi per la tendenza nell’azienda a prediligere un mindset votato alla crescita continua, all’efficacia e all’efficienza, come se fossimo macchine ingegneristiche programmate all’improvement costante, vuoi perché crediamo che essere professionisti significhi non manifestare le proprie debolezze.
Vuoi perché è più facile non sentire niente e tirare dritto. Sempre.
Le conseguenze arrivano.
Mentre tagliamo consapevolmente il nostro senso di responsabilità, la capacità di rispondere a noi stessi e agli altri di quello che facciamo, mentre eliminiamo chirurgicamente lo spirito di collaborazione e facciamo il nostro compitino, delusi da un mondo che ci pressa, non comunica con noi e non ci ascolta, l’impresa annaspa nel conseguimento degli obiettivi o polarizza le decisioni nelle mani e nelle menti di pochi individui, che si ritrovano soli al comando, senza beneficiare dei contributi pensanti e sensati di chi li circonda. In un circolo vizioso che non fa bene a nessuno.
LA SINDROME
E’ la sindrome di Mister Freeze, l’uomo che non deve sentire mai. E che tendenzialmente parla piuttosto poco, labbra sigillate dal gelo.
Il personaggio di Gotham City, nato dalla penna di Dave Wood e dai pennelli di Sheldon Moldoff ha visto la sua prima apparizione nel volume 121 di Batman, nel febbraio del 1959.
Scienziato dalla fisiologia alterata da un incidente da laboratorio, deve la rigidità del proprio cuore alla morte prematura dell’amata moglie Nora, dalla quale non riesce a riprendersi, infierendo al prossimo la sua stessa sfortunata sorte con l’uso di apposite armi congelanti.
Mister Freeze si aggira lungo i corridoi aziendali indossando un impeccabile blazer criogenico, sotto il quale, ne siamo certi, batte ancora il suo cuore, scientemente raffreddato per mantenere il distacco dal prossimo e procedere con disinvoltura a azioni di ponderato menefreghismo nei confronti del carico di lavoro altrui, sottrazioni di mansioni, rimpalli di progetti e responsabilità o a tagli di budget e licenziamenti, quando serve.
Nessuna emozione, nessuna complicazione.
Un cuore in inverno, “Un coeur en hiver”, come nel film di Claude Sautet del 1992, tra i più premiati del cinema europeo.
Il protagonista maschile Stephan, interpretato da un convincente Daniel Auteil, si è anestetizzato dalla vita a tal punto da sedurre Camille solo per capire se riesce ancora a provare un sentimento. Incurante dei battiti altrui.
Nessuna emozione, nessuna complicazione. O almeno così sembra.
Perché neppure Mister Freeze riesce a trattenersi da una crassa, umana risata, dal gioire di un buon risultato, dal mangiare un boccone, dal comprendere le difficoltà dell’altro, dall’andare in bagno, dall’emettere un starnuto, dal soffiarsi il naso e dal sentirsi al caldino quando qualcuno ne riconosce il valore. Anche se non lo dà a vedere. Forse più a se stesso che agli altri. O forse no.
LA SOLUZIONE
E allora di fronte a umani poco umani in azienda, in ufficio, al supermercato, a scuola, lungo le strade della nostra città, una soluzione c’è per evitare questa epidemia di freddezza che rischia di contagiarci il cuore e farci deragliare
Facciamoci di ossitocina. Facciamoci di ossitocina a più non posso.
Abbracciamo il nostro collega pungente, prendiamo per mano i nostri collaboratori, sfioriamo con il nostro tatto la spalla del capo, cospargiamo i corridoi aziendali di affetto, alimentiamo di speranza le nostre cellule e sciogliamo le nostre riserve.
Danziamo in sala cda la danza del professionista umano.
Arriverà il momento in cui la freddezza pervaderà il nostro corpo. Arriverà per tutti e non potremo farci nulla.
Arriverà il momento.
Quel momento non è oggi. Non ancora.

PER APPROFONDIRE
L’articolo di Alberti Varriale su “Il Sole 24 Ore”
Foto by PIxabay
LIBRI
Saggistica e psicologia
Simon Baron-Cohen, “La scienza del male. L’empatia e le origini della crudeltà”, Raffaello Cortina Editore, 2012
Daniel Goleman, “Intelligenza emotiva”, Rizzoli, 1996
Jeremy Rifkin, “La civiltà dell’empatia”, Mondadori, 2010
Roman Krznaric, “Empathy. A Handbook for Revolution”, Rider, 2014
Brené Brown, “Il coraggio di essere vulnerabile”, Feltrinelli, 2015
Martha Nussbaum, “L’intelligenza delle emozioni”, il Mulino, 2004
Edith Stein, “L’empatia”, Franco Angeli, 1985
Empatia e management
Robert Hare, “Without Conscience”, 1993
Daniel Goleman, “Lavorare con intelligenza emotiva”, Rizzoli, 1998
Jamil Zaki, “The War for Kindness. Building Empathy in a Fractured World”, Crown, 2019
Ernst Kurtz & Katherine Ketcham, “The Spirituality of Imperfection”, Bantam Books, 1993
Mary Gordon, “Roots of Empathy”, Thomas Allen Publishers, 2005
Adam Grant, “Give and Take.”, 2013
Kim Scott, “Radical Candor. Essere un buon capo senza perdere sé stessi”, Roi Edizioni, 2019
Paul Babiak & Robert Hare, “ Snakes in Suits”,Harper Business, 2009
Arlie Hochschild, “The Managed Heart. Commercialization of Human Feeling”, University of California Press, 1983
MUSICA
Michael Jackson, “Heal the World”, album “Dangerous”, Epic Records, 1991
R.E.M., “Everybody Hurts”, album “Automatic for the People”, Warner Bros., 1992
Nine Inch Nails, “Hurt”, album “The Downward Spiral”, Nothing Records, 1994
Tracy Chapman, “Fast Car”, album “Tracy Chapman”, Elektra Records, 1988
Bob Dylan, “Blowin’ in the Wind”, album “The Freewheelin’ Bob Dylan”, Columbia Records, 1963
John Lennon, “Imagine”, album “Imagine”, Apple Records, 1971
Bruce Springsteen, “The River”, album “The River”, Columbia Records, 1980
Massive Attack, “Teardrop”, album “Mezzanine”, Virgin Records, 1998
Sting, “Fragile”, album “…Nothing Like the Sun”, A&M Records, 1987
Lucio Battisti, “Emozioni”, album “Emozioni”, Numero Uno, 1970
Kendrick Lamar, “Alright”, album “To Pimp a Butterfly”, Top Dawg Entertainment, 2015
FILM
“Dalle 9 alle 5”, Colin Higgins, 1980
“Wall Street”, Oliver Stone, 1987
“Una donna in carriera”, Mike Nichols, 1988
“Un coeur en hiver”, Claude Sautet, 1992
“The Corporation”, Mark Achbar & Jennifer Abbott, 2003
“The Social Network”, David Fincher, 2010
“Margin Call”, J.C. Chandor, 2011
“The Wolf of Wall Street”, Martin Scorsese, 2013
“Inside Out”, Pete Docter, 2015
“The Big Short”, Adam McKay, 2015
SERIE TV
“Mad Men”, Matthew Weiner, AMC, 2007–2015
“Severance”, Dan Erickson, Apple TV+, 2022–in corso

