E se non fossero nostre le tempeste emotive più rischiose?
Cosa succede quando siamo vittima di predatori egoici che scatenano attorno a loro veri e propri tornadi informativi (e disinformativi), per sbaragliare la concorrenza e dimostrare a loro stessi e al mondo il valore della loro esistenza?
Conoscevo un attore tempo fa, un ‘matto‘ talentuoso, che faceva per l’appunto ammattire tutti.
Era il 1999. In giovane età ho prestato servizio per circa due anni in un teatro cittadino. Lavoravo dietro le quinte assieme alla compagnia e al regista e prestavo supporto ad alcuni attori che necessitavano di training in termini di memorizzazione.
Ero quello che in quel mondo magico e ovattato si chiama ‘suggeritore‘, una figura ormai in via di estinzione.
Ripetevo le battute con gli attori al mattino in seduta singola, one to one. Ero presente sul palco per ‘soffiare la battuta’ in caso di necessità durante le prove, nel pomeriggio fino a tarda sera. Alle prime teatrali mi posizionavo in quinta per suggerire le battute in casi di panico da palco senza che le prime file della platea le percepissero. A volte seguivo la compagnia in qualche tappa della tournée ma solo in situazioni specifiche, un’attrice con il mal di testa, casi di sporadica insicurezza.
Ero in una posizione privilegiata. Potevo assistere al processo di creazione dei personaggi da parte dell’attore, in solitaria e poi in gruppo sul palco, un evento magico e delicato che porta al successo della pièce.
Provo lo stesso privilegio quando, nel corso del mio lavoro in azienda, vedo il mio team costruire il progetto e metterlo a terra. E’ la gioia di un percorso intrapreso insieme che travalica anche la felicità di una buona riuscita.
E’ stato li, in un teatro fumoso e profumato di arance -una passione del regista di allora -, che ho incontrato per la prima volta la sindrome del tornado.

Durante la costruzione dello spettacolo, che in genere dura mesi, era buona prassi dell’attore talentuoso e smemorato interrompere in continuazione le prove degli altri attori con le sue dimenticanze continue, le sue intemperanze, la sua collericità e impazienza, il suo ‘essere’ energivoro.
Questa modalità poco rispettosa travolgeva gli altri artisti, rendendo molto difficoltosa la genesi del loro personaggio.
Concluse faticosamente le prove, l’attore dalla corta memoria aveva ormai assoggettato ai suoi tempi e ai suoi ritmi l’intera compagnia, stordita e confusa, rubando spazio scenico agli altri colleghi e garantendosi il plauso del pubblico.
Ho visto scene simili in azienda.
Manager in preda all’ansia professionale che creano confusione nei progetti, spesso focalizzandosi su piccoli particolari insignificanti e ingigantendoli, portando gli altri collaboratori a perdere la visione del tutto, per poi imporre la loro soluzione a una platea di colleghi esausta e confusa e risultare gli unici capaci.
Un tornado. Un tornado vampiro, energivoro e spiazzante che agisce in preda alla paura. La paura di non essere il migliore, la paura di perdere il potere. Di non avere più una scena.
Per tranquillizzare se stesso e provare ai propri superiori di essere indispensabile è pronto a inficiare la reputazione degli altri con giochetti delle tre carte e teatralizzazioni votate all’entropia. Li inebetisce e brilla.
Crea lui stesso il problema, stordisce gli astanti e si presenta bello e riposato con la soluzione al dramma che ha lui stesso creato. Gli altri non se ne accorgono, troppo provati dall’esperienza, accecati dal polverone.
Non occorre vedere “Twister”, il film di Jan De Bont del 1996 né il recentissimo remake “Twiisters” di Lee Isaac Chung, attualmente nelle sale cinematografiche, anche se la loro visione può aiutare.
In entrambi le pellicole, infatti, le due protagoniste, rispettivamente interpretate da Helen Hunt e Daisy Edgar-Jones, ideano sistemi di studio della natura dei tornado e utilissime metodologie di localizzazione. Averne una in ufficio potrebbe fare comodo.
Non occorre andare al cinema, si diceva. Per comprendere meglio il fenomeno basta, comodamente seduti in poltrona o alla propria scrivania, affidarsi all’enciclopedia Treccani, che ci ricorda che
“un tornado è una perturbazione locale, di breve durata, ma di elevatissima potenza distruttiva. Assume forma di tromba d’aria, del diametro di qualche centinaio di metri, che avanza su un percorso talora lungo anche diversi chilometri”.
Ricapitoliamo i punti chiave:
- fenomeno localizzato nello spazio, quello del proprio gruppo di lavoro
- possibilità di avanzamento in spazi limitrofi, quello degli altri team aziendali
- episodio contingentato nel tempo, quello del momento in cui il manager maleducato si sente sotto scacco e non sa come uscirne se non screditando gli altri e avvantaggiandosi su di loro generando entropia
- evento devastante.
Forti di queste informazioni e di letture sul tema, individuiamo alcune buone pratiche che potrebbero preservarci da un tornado aziendale.
RICONOSCERE IL FENOMENO
Lo Storm Prediction Center statunitense, una delle istituzioni più preparate sul fenomeno nel pianeta terra, ci dettaglia una serie di indizi per comprendere se un tornado sta arrivando:
- “forte e persistente rotazione alla base del soggetto”. Non si è mai visto un tornado tranquillamente seduto alla propria scrivania. I suoi movimenti tellurici hanno delle avvisaglie peripatetiche talora evidenti.
- “polvere, terra o detriti in rotazione al suolo sotto di lui”. Anche le più piccole iniziali testimonianze di entropia lasciano delle tracce riconoscibili
- “pioggia o grandine seguiti da calma totale di vento o da un repentino cambio di direzione del vento. Ricordarsi che alcuni tornado possono essere avvolti nelle precipitazioni e quindi non essere perfettamente visibili”. Un manager tornado segue la direzione dei venti, cambiando spesso anche direzione a seconda del vantaggio che ne può derivare, e non sempre è intellegibile.
METTERSI AL RIPARO
Seguendo le istruzioni del governo statunitense che, sul tema cicloni e tornadi ‘ne sa parecchio‘, scopriamo che, in caso il fenomeno si abbatta su di noi o quanto meno sia nelle nostre vicinanze, conviene
- “accovacciarsi stando il più possibile a livello del pavimento e tenere la faccia a terra, coprire la testa con le mani”, recrinandoci su noi stessi per ascoltare il battito del nostro cuore e non farci stordire dalla confusione assordante che ci circonda. Il classico ‘piedi ben piantati per terra‘
- “ripararsi dietro qualcosa di robusto” e “cercare riparo in una costruzione solida”, come robusto e solido può essere il nostro gruppo di lavoro se solidale e consapevole di quanto si sta verificando.
ELABORARE L’ACCADUTO
Dopo il passaggio del tornado, gli americani consigliano di
- “stare vicini ai propri cari e attendere il personale di emergenza” perché se da soli non siamo stati in grado di tutelarci possiamo anche chiedere, in ultima istanza, un aiutino da casa ai piani alti aziendali. E comunque solidarizzare con le altre vittime dell’entropia e prendersene cura
- “stare attenti a dove si mettono i piedi, potrebbero esserci vetri e altri oggetti appuntiti” perché il passaggio del manager tornado ha sempre delle conseguenze che potrebbero essere durature nel tempo
- “cercare di rimanere calmi e vigili” nel caso in cui il tornado non avesse smesso di fare giochetti e espletare le sue frustrazioni
- “ascoltare le informazioni e istruzioni del personale di emergenza e agenti di polizia” perché c’è tra noi chi ci è già passato e magari può aiutarci a prendere le nostre precauzioni.
IN SINTESI
Se quindi il tornado manageriale è evento con specifiche avvisaglie e difficilmente arrestabile, c’è sempre qualcosa che possiamo fare:
riconoscere il fenomeno per non assecondare il suo gioco, lasciarlo fare ma nel contempo mettere al riparo noi e i nostri collaboratori e colleghi e mantenerci coerenti sulle nostre posizioni.
E se il tuo capo ama i drammi, Stephanie Vozza, giornalista americana esperta in relazioni professionali e management, consiglia di
- porre saldi confini
- mantenere le distanze il più possibile
- e attivare strategie di decompressione dopo il lavoro.
Perché se il tornado è evento devastante, dura poco nel tempo. Mentre noi restiamo.
Forse.
COLONNA SONORA
Matia Bazar, “C’è Tutto un Mondo Intorno”, 1979
PER APPROFONDIRE
Il sito governativo statunitense del Centro Prevenzioni Tornado
L’articolo di PRSA su come gestire un Tornado Boss
Il consiglio di Stephanie Vozza su come gestire un capo che ama i drammi
“Temporali e tornado”, Alpha Test, Collana Meteo, 2021
Michael Crichton, Anne Marie Martine, “Tornado (Twister)”, Garzanti
Luigi Pirandello, “L’umorismo”, 1908
Angela Deganis, “Manager per caso”, Morellini Editore, 2022
“Twister”, Jan De Bont, 1996
“Twisters”, Lee Isaac Chung, 2024
Foto Pixabay

