LA SINDROME DI CALIMERO IN AZIENDA.
Che fare se ti senti piccolo, brutto e nero in un ufficio di cigni bianchi? E se il problema non fosse solo tuo e fossi semplicemente circondato da una manica di stronz* in cerca di collante sociale?
Anche in ufficio, in negozio, a scuola, in biblioteca, in qualsiasi posto di lavoro ci possiamo ritrovare agonizzanti in un misto mare dove sguazzano pesci apparentemente innocui come il sospetto, il complotto, l’insicurezza, il vittimismo o il senso di esclusione, anche o forse soprattutto in un periodo storico in cui la società inneggia all’inclusione e la cultura del lavoro all’appartenenza.
Un mix atomico che fa emergere una patologia vecchia come il mondo, quando i nostri antenati si ritrovavano davanti al fuoco a raccontarsi storie: la sindrome di Calimero, versione italianissima del Brutto Anatroccolo, con una spolveratina sociale q.b. di Capro espiatorio.
Se la lingua italiana non è un’opinione, abbiamo già capito che in questa puntata di “Vita da manager” toccheremo con mano, anzi con parola, la parte animale del professionista che c’è in noi.
ESSERCI O FARCI
Disagio, sfiducia, autosvalutazione, disistima e visione negativa di sé.
Lo dicono gli psicologi. Ogni volta che ci sentiamo esclusi sono queste le motivazioni che sottendono il nostro percepito. Anche a lavoro.
E’ chiaro perché gli studiosi ci dicono questo.
L’alternativa sarebbe ammettere di essere circondati da una manica di persone ‘poco carine’. Una constatazione, talora triste ma giusta, talora impropria e irresponsabile, che non ci porterebbe da nessuna parte, se non fuori dalla porta del nostro ufficio, con più leggero non solo l’animo ma anche il portafoglio.
Ma andiamo per gradi.

L’ANTEFATTO
Lo scorso sabato ero al telefono con Alba, un’amica che lavora nel settore audio video, in preda, suo malgrado, a un attacco di calimerite.
Lamentava il fatto che i colleghi vanno sempre a pranzo senza di lei, si organizzano tra di loro senza neppure avvisarla anche quando lei è nell’ufficio accanto. Basterebbe compiere un gesto semplice come bussare alla porta e chiedere. “Hey, Alba. Vieni a pranzo con noi?”
Proprio lei, che si sente sempre gentile con tutti e non dimentica mai nessuno, o quasi.
Potremmo ipotizzare che Alba sia un po’ indigesta a tutti. Ma crediamo non sia così. Crediamo che i suoi colleghi semplicemente non ci pensino. Siano meno attenti a lei di quanto lei non lo sia con loro.
A peggiorare la situazione è che in quei pranzi si parla anche di lavoro e vengono condivise informazioni progettuali utili che nessuno poi passa a Alba una volta tornati in ufficio. Farlo significherebbe accorgersi che Alba non è li, a pranzo con loro, davanti a un piatto di pasta fresca o a un’insalatona mista.
Episodi più che comprensibili ma decisamente fastidiosi. Alba si sente ingiustamente tagliata fuori.
Me lo raccontava lo scorso sabato al telefono con un misto di delusione e rabbia,
ferita da quella mancanza di reciprocità e attenzione che credo tutti noi ameremmo avere dagli altri esseri umani.
E’ un sentimento che conosco.
E’ la sindrome di Calimero che ti becca anche dietro la scrivania , anche 20, 30, 40 anni dalla tua ultima frequentazione del cortile della scuola, dove ti sentivi escluso dai giochi con gli altri bambini, incurante dei tuoi successi, indifferente ai titoli che sfoggi sul tuo profilo Linkedin e al blazer che tutti i giorni indossi in ufficio.
Che tu abbia ancora i capelli o meno, indossi un guscio d’uovo invisibile sul capo, che compare ogni volta che, sopraffatto da moli di lavoro, stress da relazione e progetti portati avanti in orari notturni, senti qualche risatina di troppo lungo i corridoi, noti che si sono dimenticati di te in un gruppo di lavoro dove le tue competenze fanno la differenza, constati che c’è stata sopraffazione di ruolo.
“E che maniere! E’ un’ingiustizia però”.
E’ la frase che proferiva Calimero, il pulcino tutto nero nato nel 1963 dalla penna di Nino Pagot e Toni Pagot e dalla voce di Ignazio Colnaghi, protagonista del Carosello usato per promuovere il detergente Ava.
Sulla storia di Calimero, brutto anatroccolo nostrano, gli psicologi ci hanno fatto più di una riflessione.

CALIMERO SUL LETTINO DELLA PSICOANALISI
Se Freud fosse (stato) italiano direbbe che Calimero è
il residuo psichico delle nostre più antiche esperienze di solitudine,
quel pulcino / bambino che vive dentro di noi e fa capolino quando sentiamo che gli altri non ci hanno a cuore.
Potresti essere un Calimero nascosto se:
- paragoni spesso la tua vita a quella degli altri, uscendo svantaggiato dal confronto
- ti autosvaluti, concependoti vittima di continue ingiustizie e sfortune
- tendi ad attribuire la responsabilità del tuo stato d’animo ad azioni che sfuggono al tuo controllo
- ritieni che la tua storia, costellata da calamità, sia unica e speciale, diversa da quella degli altri
- incolpi il passato ingiusto che ti ‘è capitato’ e non ti fai carico del presente, manifestando il tuo malessere con continue lamentele
I RIMEDI
Anche per la Sindrome di Calimero ci sono alcuni possibili rimedi.
Psicologi come Saverio Tomasella, psicoanalista francese autore del libro “ La sindrome di Calimero”, suggeriscono di lavorare
- sulla propria resilienza, leggendo meglio il contesto e la propria capacità di adattamento
- sulla propria empatia, dimenticandosi di sé per comprendere anche i comportamenti altrui
- sul proprio linguaggio, perché le parole sono importanti e sostanziano il nostro presente e le nostre azioni. In tal senso una lamentela continua non può portare niente di buono
- sulla propria mente distraendola con salutari passeggiate, attività fisiche possibilmente in natura e minuti quotidiani riservati alla meditazione.

L’ALTRO LATO DEL GUSCIO
Mi piace pensare che la sindrome di Calimero sia l’erma bifronte che si lamenta del vituperio del lato opposto, l’altro lato della medaglia dei meccanismi del capro espiatorio, vivi e vegeti in ogni consesso umano.
Il capro in questione è la vittima innocente della situazione. Nel “Levitico” (cap. 16), nella “Mishnah” (Yoma cap. 6) e nel “Talmud” (Yoma, fogli 66-67) viene descritto il rito ebraico di espiazione dei propri peccati, caricati su un capro che il sommo sacerdote mandava a morire nel deserto.
Un processo simile si verifica quando nei gruppi sociali, inclusi quelli lavorativi, i membri della comunità incolpano uno di loro di una serie di errori, garantendo in questo modo la compattezza degli altri membri e la sopravvivenza sociale della comunità, solidale al cospetto del ‘nemico‘.
Esattamente come accade a Elphaba, la protagonista del popolare libro e musical “Wicked: The Life and Times of the Wicked Witch of the West”, accusata ingiustamente di essere nemica del regno di Oz.
Forti di questa prospettiva, se a qualche Calimero in lettura venisse in mente di detenere una funzione sociale specifica nel gruppo lavorativo di appartenenza e anche una precipua utilità, ecco, non ci sentiremmo di dargliene torto.

ALLA FINE DELLA FIERA
Se proprio tutti i nostri tentativi di uscire dalla parte e di scrollarci di dosso il ruolo del capro non dovessero funzionare, c’è sempre l’ultima ‘aia’.
Un consiglio banalissimo, eppure efficace.
Riconosciamo i sentimenti piccoli e neri che ci raggiungono anche lungo i corridoi aziendali, prendiamo per mano i nostri pulcini, scegliamo il migliore dei ristoranti e portiamoli a pranzo con noi.
E, perché no, alziamo le piume e chiediamo agli altri palmipedi di uscire a cinguettare insieme.
Perché se anni fa nessuno si occupava dei nostri pigolii, ora, sotto le macerie di progetti complessi e dopo giornate trascorse in sala riunione, ora, esattamente ora ad ascoltarli e rassicurarli ci siamo proprio noi.

PER APPROFONDIRE
La storia di Calimero
Il sito di Calimero
L’analisi della sindrome di Calimero della rivista di psicologia “State of mind“
Il primo video di Calimero Il primo video di Calimero del 1963del 1963
Hans Christian Andersen, “Il brutto anatroccolo”
Dario Cimorelli, Carlo Pagot, “Calimero. La storia“, Silvana Editoriale, 2013
Saverio Tomasella, “La sindrome di Calimero”, Sperling & Kupfer, 2018
Il concetto del capro espiatorio
Renée Girard, “Il capro espiatorio”, Adelphi, 1982
August Strindberg, “il capro espiatorio”, 1906
Stefano Tomelleri, “Il capro espiatorio. L’uso strategico della violenza”, Utet, 2022
Maurizio Catino, “Trovare il colpevole. La costruzione del capro espiatorio nelle organizzazioni”, il Mulino, 2022
Gregory Maguire, “Wicked: The Life and Times of the Wicked Witch of the West“, 1995
Stephen Schwartz, “Wicked“, musical, Broadway, 2003
Jon M. Chu, “Wicked“, film, 2024
Angela Deganis, “Manager per caso. Guida alla sopravvivenza in azienda”, Morellini Editore, 2022
Angela Deganis, “Manager by Chance. A Guide to Survival in Business”, Morellini Editore, 2024
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