Quando il manager è on demand.
Richieste dal capo, richieste dai colleghi, richieste dai collaboratori. Tutti che ti chiedono tutto e tu di converso fai altrettanto. Urgente.
Uno sturm und drang di trillini su Teams, su Whatsapp, via email e talora al telefono ti travolge, stordito, ora dopo ora, mentre sei collegato in riunione 9 ore su 9 (quando va bene) via Zoom.
Un ciclo vichiano di corsi e ricorsi storici che si perpetua, fedele a se stesso, ogni giorno.
Solo poche settimane fa trattavamo il tema spinoso della Sindrome del Sandwich, una patologia di cui sono affetti soprattutto i middle manager, pressati da richieste ingombranti dall’alto e resistenze pervicaci dal basso mentre cercano di conseguire l’obiettivo degli obiettivi: tornare la sera a casa sani e salvi e riuscire a guardarsi allo specchio.
Oggi affrontiamo un altro tema connaturato all’epoca esponenziale che stiamo vivendo, dove i device ci garantiscono iperconnessione e immediatezza. Un potere magico, quello della connessione ovunque e comunque, premiato in periodo pandemico dove, in pieno lock down, abbiamo esperito come la tecnologia ci fosse amica e ci consentisse di lavorare anche da remoto, di guidare il nostro team in un periodo di grande incertezza, di guardare negli occhi, mediati da monitor, i nostri cari, di sentirci vicini.
Forse troppo. Una vicinanza richiesta in maniera compulsiva, continua, anche oggi, tornati alla vita en plein air.
I device ci raggiungono ovunque, in bagno, in corridoio, durante un’altra call, dal medico, al supermercato. Always on. Ce li portiamo appresso, rimembrando vagamente quel periodo storico lontano in cui serviva una monetina e una cabina telefonica per contattare una persona e gli appuntamenti te li davi a voce, senza verificare step per step il processo di incontro con messaggi su Whatsapp del tenore “sto arrivando”, “sono in ritardo”, “c’è fila, ma aspettami”, “io ci sono, tu ci sei?”.

Non mi fraintendete. Nessun rimpianto nostalgico o approccio conservativo. Adoriamo la scienza. Siamo favorevoli al progresso. La tecnologia ci piace. W il transumanesimo.
È al solito – perdonate l’ovvietà – l’uso che ne facciamo che fa la differenza.
Ci sentiamo un po’ jukebox anche in ufficio, disponibili a comando a ogni arrivo di email, chattino sulle piattaforme, scampanellio su Whatsapp, obbligati a rispondere subito per liquidare la faccenda, talora a più persone in contemporanea. Pronti a cantare. Sempre.
“Hai un minuto?”, “ci sei?” e il messaggio più parossistico di tutti su teams: “ hai visto la mia mail? Ti ho mandato anche un Whatsapp”.
Per i più giovani, che hanno forse poca dimestichezza con lo strumento che popolava bar, stabilimenti balneari, luoghi di ritrovo, il jukebox è un giradischi meccanico con molti dischi in vinile a 45 giri che si attiva con l’inserimento di una moneta.
Anche noi oggi, novelli jukebox postmoderni, rispondiamo a comando. E senza l’inserimento di un euro.
Ne parla anche Byung-Chul Han nelle sue disamine filosofiche, lucide e puntuali, di critica al neoliberismo. Ne “ La società della stanchezza”, il docente di filosofia all’Università di Berlino tratteggia l’identikit di un’umanità meta-performante che ha introiettato dentro di sé la figura del datore del lavoro e abusa di se stessa per dimostrare al mondo il suo valore, talmente presa dai propri selfie narcisistici da non vedere più l’altro, in piena esibizione pornografica della propria intimità sui social.
Se non ce la facciamo a preservarci da soli, qualcuno ci sconnetta, mi dico, da questo Super Io social-genico votato al consumo di sé.
E a dire il vero qualcuno ci ha pensato, unendosi ai lavoratori in quiet quitting o rimpinguendo le folte fila della great resignation. Secondo la nota trimestrale emessa dal Ministero del Lavoro lo scorso dicembre, nei primi nove mesi del 2022 il numero di dimissioni volontarie da contratto a tempo indeterminato ha coinvolto oltre un milione e seicentomila persone, un 41% in più del quinquennio precedente e il 22% in più rispetto al 2021.
Tra le cause del fenomeno, che coinvolge under 30 e lavoratori di fascia 30-50, insoddisfazione (47%), demotivazione (34%) e mancanza di condivisione degli obiettivi (30%) (indagine Ranstad Italia, ottobre 2022).
Un trend in crescita che non accenna a rallentare.

Iperconnessione, si diceva.
Essere iperconnessi significa che un enorme numero di informazioni bersaglia la nostra mente 24 ore su 24.
Nello specifico, il termine – iperconnessione – è stato coniato dai sociologi canadesi Anabel Quan-Haase e Barry Wellman per indicare la disponibilità non stop all’esposizione di comunicazioni relative il lavoro e la rischiosità che ne consegue per la propria work life balance.
Ne sanno qualcosa i manager italiani.
Lo diceva in tempi non sospetti la società di consulenza Lenovys in un’indagine del 2019 sulla qualità di vita che ha coinvolto oltre 800 manager di medie e grandi aziende italiane ed internazionali. Stando ai dati riportati dallo studio, l’80% degli intervistati italiani dichiara di vivere perennemente connesso al device lavorativo, di non riposarsi a sufficienza e di non riuscire a delegare sul lavoro, mentre il 90% non riesce a concentrarsi, lamentando mancato riconoscimento del proprio valore, applicazione dell’organigramma non rispettoso, inefficacia dei sistemi di valutazione e una scarsa conoscenza delle strategie aziendali.
Uno stato esistenziale che ha raggiunto vette parossistiche in periodo pandemico, quando anche i Golden agers, per inevitabili necessità comunicative, hanno imparato a usare Whatsapp e a lallare con i nipotini su Zoom.
Ce lo ricorda anche Mckinsey, nella sua indagine in periodo di emergenza Covid, registrando che il 64% degli italiani ha incrementato l’utilizzo dell’online, di chat e videogiochi, il 57% ha sperimentato per la prima volta tool di didattica a distanza e il 42% ha utilizzato per la prima volta per motivi lavorativi piattaforme di videoconferenze.
Eppure, se parliamo di iperconnessione lavorativa, la normativa ci verrebbe in aiuto. L’articolo 19 della legge n.81 del 2017 non parla di ‘diritto alla sconnessione’, ma prevede la regolazione tra le controparti – datore di lavoro e smart workers – di tempi di riposo lecitissimi. E sostengono questo sacrosanto diritto anche l’articolo 24 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, i commi 2 e 3 dell’articolo 36 della Costituzione italiana, la direttiva dell’Unione Europea 2003/88 sulla regolamentazione dell’orario di lavoro e il decreto legislativo 66 del 2003, che l’ha recepita.
Il tema non è evidentemente normativo, ma ha più a che fare con la propria capacità di autocontrollo e di disciplinare il carico cognitivo che l’iperconnessione comporta.
Uno studio della piattaforma di ricerca Dscout attesta che tocchiamo lo screen del nostro cellulare 2617 volte al giorno, mentre secondo la società di consulenza Deloitte controlliamo il nostro smartphone entro i primi 5 minuti dal risveglio ogni giorno. Anche prima di dire ciao al nostro o alla nostra partner.
E allora, che fare?
C’è chi si rifugia in week end di digital detoxing in lande sperdute dove la banda non prende o in beauty farm zen dove ti costringono a parlare vis à vis con altri esseri umani usando terminologie di cui non puoi verificare il significato su Google, perché lo smartphone è bandito.

C’è chi diffida del digiuno digitale intermittente temendo le abbuffate del rientro e trovando immaginifica, ingenua e fanciullina la prospettiva di distinguere oggi, nel 2023, on line da off line, in quell’onlife che ormai è il mondo (Luciano Floridi docet). Un conto è il digitale, ci dicono, un conto la fuga da stili di vita contemporanea serrati ed estenuanti.
C’è chi teme (o spera) che prima o poi a quel jukebox venga tolta la spina in un blackout comunicativo che porterà a ere di agognato silenzio.
C’è chi si appella a un senso della misura che spesso non c’è, zittendo i trillini, posizionando lo smartphone in un’altra stanza e impostando lo stato ‘non disponibile’ su Teams.
E chi crea gruppi di auto aiuto per tentare di rispettare l’umano che c’è in noi senza finire le reciproche monetine.
E tu, come rispondi alla sindrome del jukeboke?
Raccontaci nei commenti le tue storie di resistenza quotidiana alla sollecitazione continua.

PER APPROFONDIRE
La ricerca Deloitte sull’iperconnessione
La nota trimestrale del Ministero del lavoro
Alcuni articoli sull’iperconnessione:
Alcuni articoli sul digital detox:
L’articolo di Alessio Giovagnoni
Byung-Chul Han, La società della trasparenza, Nottetempo, 2014
Byung-Chul Han, Nello sciame, Nottetempo, 2015
Byung-Chul Han, L’espulsione dell’altro, Nottetempo, 2017
Byung-Chul Han, La società della stanchezza, Nottetempo, 2020

