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Il gioco del rimpallo sul posto di lavoro e il never ending project.

Non è del tutto farina del mio sacco. Ne parlavo l’altro giorno con quella geniaccia di Veronica Bonanomi, l’ingegnera che ha fatto dell’immaginazione il suo campo d’azione progettuale, la sua officina. By the way, Disney, se sei in ascolto, contattala.

E da sola, diciamocelo, non ci sarei potuta arrivare. E’ risaputa la mia proverbiale indolenza sportiva, l’allergia alle scarpe da jogging, la perplessità che mi suscitano quei non luoghi chiamati palestra, il prurito che mi pervade le braccia se qualcuno proferisce la parola “acquagym”.

Eppure negli uffici, lungo i corridoi aziendali, dal barbiere, in panificio, nei teatri e perfino in macelleria e nelle librerie, in molteplici posti di lavoro pervade insistente la propensione all’esercizio del rimpallo, il classico colpo del tennista che butta di nuovo la palla sul campo dell’avversario, scansandosene.

Facciamo un esempio.

Una mattina assolata, in una piccola città di periferia con le aiuole ben curate e le casette alla Pleasantville, una signora sovraccarica di pacchi entra in panificio e chiede due classiche pagnotte di farina integrale biologica. Dall’altra parte del bancone ad accoglierla due panettieri, Arnaldo e Emilio, due fratelli che hanno ereditato l’attività dai loro genitori. Un esercizio giunto alla quinta generazione. Quinta, avete letto bene. Da non crederci.

Servi tu la signora” dice Emilio ad Arnaldo, mentre continua a leggere le notizie sul giornale locale, “La Gazzetta” di qualcosa. Il giorno prima il consiglio comunale ha deliberato l’apertura di un grosso centro commerciale. Liquidità per le tasche pubbliche ma grosse grane per i piccoli commercianti come i fratelli Farina.

Non posso – risponde Arnaldo, mentre controlla i soldi in cassa -. Sei tu l’addetto all’integrale”.

Non di giovedì” replica Emilio, cambiando pagina.

Oggi infatti è martedì” ribatte Arnaldo con sufficienza contando le monetine.

Ma questa settimana è il tuo turno del biologico” insiste Emilio mentre la signora, di nome Fiorenza, sovraccarica di pacchi, esce dalla panetteria, frastornata da questa performance di pallacorda non richiesta.

Emilio, campione di tennis da bancone, non si rende conto, non ancora, che il nuovo centro commerciale sarà l’ultimo dei suoi problemi se lui e il fratello non smetteranno di giocare a rimpiattino di fronte alla clientela e a scansare, irresponsabilmente, una palla chiamata “lavoro“.

Emilio e Arnaldo sono ovviamente nomi di invenzione ma li ritroviamo prosopopeicamente incarnati sulle nostre scrivanie ogni volta che riceviamo una mail dove un collega, il classico Ponzo Pilato, che se ne lava puntualmente le mani, cerca di rifilarti il suo lavoro da fare. Per poi brillare davanti alla direzione a lavoro ultimato.

Una mail che è antesignana di una sequenza interminabile di altre email, in una pratica al rimbalzo continua.

Ore e ore, chilometri e chilometri di parole che impegnano il nostro tempo, le nostre energie, i nostri nervi in uno schema che non ha fine e mette a repentaglio il progetto, la relazione e il conseguimento del nostro principale obiettivo: fare il nostro lavoro e riuscire ogni sera a guardarci allo specchio, di ritorno a casa, dopo una lunga, estenuante giornata.

A volte a fare il McEnroe siamo proprio noi, in singolar tenzone con noi stessi in una partita che si chiama procrastinazione, una malattia sulla quale ultimamente si è scritto molto.

In un famoso, esilarante speech sulla piattaforma Ted Talks Tim Urban, scrittore e illustratore, spiega la sua inspiegabile natura di procrastinatore, tra video di YouTube, zoommate e pagine di Wikipedia che lo separano dall’esecuzione di un qualsiasi progetto, in una doppietta tra la parte razionale e decisionale del suo cervello e l’istinto alla gratificazione immediata, destato solo dal panico che scaturisce all’avvicinarsi della deadline.

Il rischio, spiega Urban nel suo irresistibile intervento, è che nei casi in cui non ci sia una data di consegna e il mostro del panico non sopraggiunga a scuoterci dal nostro torpore di gratificazione immediata, che vive nel presente, non conosce il passato e non pensa al futuro, il rischio, dicevamo, è che si viva in uno stato di assopimento, spettatori della nostra stessa esistenza.

Amantha Imber, PhD e autrice del best seller “Time Wise”, suggerisce di utilizzare un linguaggio appropriato per motivarsi, dove il verbo “dovere” è assolutamente bandito.

Dorie Clark, autrice di “The Long Game: How to Be a Long-Term Thinker in a Short-Term World “, invita i suoi lettori a

  • creare piccole, sane abitudini di fronte a progetti impegnativi, suddividendoli in piccole parti
  • porsi un obiettivo temporale
  • affrontare il progetto con spirito esplorativo, come se fosse una sperimentazione, alleggerendo il carico emotivo e la paura del fallimento.

Organizzazione e accoglienza dei propri limiti sono la risposta alla sindrome del tennista di Alice Boyes, autrice di “Stress-free productivity A Personalised Toolkit to Become Your Most Efficient, Creative Self”.

Una tendenza, quella della procrastinazione, agevolata dall’approccio multitasking che spesso domina il nostro fare quotidiano e il nostro tempo. Eppure da un recente studio riportato da Teresa Amabile, accademica americana dell’Harvard Business School,

su 9000 soggetti impegnati in progetti che richiedono creatività e innovazione emerge che le migliori performance creative nascono da chi si concentra su un unico progetto alla volta, lavorando preferibilmente con un solo partner.

Alla fine, studi alla mano, nella lotta contro se stessi o in palleggio con un collega avversario, di fronte all’ineluttabilità di un lavoro da portare a termine, forse l’unica soluzione possibile è osservare a distanza la palla, prenderla di petto e mettere al chiodo la racchetta.

O in alternativa utilizzarla “gentilmente” sul nostro lassivo vicino di scrivania o sul Pilato che c’è in noi. Ma questa è un’altra storia.

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Una palla da tennis in uno dei suoi rari momenti di riposo

PER APPROFONDIRE

Amantha Imber, “Time wise“, Ebury Publishing, 2023

Dorie Clark, “The Long Game: How to Be a Long-Term Thinker in a Short-Term World “, HBR Press, 2021

Alice Boyes, “Stress-free productivity“, Ebury Publishing, 2022

Angela Deganis, “Manager per caso. Guida alla sopravvivenza in azienda”, Morellini, ottobre 2022

Pleasantville“, Gary Ross, 1998