E se per migliorare lo stato di salute del lavoro in Italia servisse fermarsi un attimo, appellarsi alla saggezza antica ed emulare Prometeo anche dietro le nostre scrivanie?
Per capire con assertività e coerenza chi siamo e dove vogliamo andare forse non serve essere eroi.
Che sia la sindrome di Prometeo quella di cui dovremmo essere affetti tutti per cambiare lo status quo delle cose e vivere felici e contenti anche a lavoro?
Un sacco di quesiti dove osano le aquile.
Ma prima di iniziare…
…BECCATI LE AVVERTENZE
- Se sei quello che in termini generici e di sicuro semplicistici molti di noi chiamano Yes Man – e, credimi, in questo caso YES non è una bella cosa, non allude a un approccio entusiastico alla vita così come un po’ di tempo fa la positività al Covid non era evento da festeggiare –
- se piuttosto di utilizzare il monosillabo NO preferiresti indossare in pieno agosto un morbido pigiamone trapuntato a forma di coniglio con orecchie a punta per recarti in ufficio o mangiare un cammello intero anche se sei vegetariano
- se esprimere un’opinione divergente rispetto ai tuoi interlocutori è una circostanza meno frequente delle volte in cui hai vinto alla lotteria senza averci mai giocato
ebbene, se ti riconosci in questa descrizione, non temere. Qui non troverai forme di scherno, non accuse infamanti, non vessazioni.
In quest’ultima edizione di “Vita da manager” intraprenderai una strada senza ritorno lungo il sentiero lastricato dell’assertività.
Novello Neo (“Matrix“), ingoierai la pillola rossa alla conquista di una nuova conoscenza e scoprirai l’impareggiabile sensazione di sentirti a posto con te stesso manifestando agli altri, con gentilezza e rispetto, il tuo pensiero.
Esci dalla tana del Bianconiglio e seguici.
Oppure no.
TUTTO HA AVUTO INIZIO CON UN INVITO
In una tiepida domenica di fine maggio l’amica Stefania Lombardi di ISTI-CNR mi ha invitato a partecipare all’ultima puntata di “Intelligò“, il programma di “Punto Zip” che porta la cultura e la riflessione lungo i cavi invisibili dell’etere.
Tema dell’incontro la tracotanza, quell’atteggiamento che porta l’interlocutore a superare i limiti di se stesso e degli altri, tristemente vivo e vegeto anche lungo i corridoi lavorativi.
Il buon Treccani la definisce
“arroganza dovuta a eccesso di superbia o presunzione”
Mi piace vincere facile, ho pensato.
L’hybris è il reato capitale di tutti quei micro Dittatori che popolano troppo spesso ruoli manageriali apicali e vessano con la loro arroganza, la loro micro-managerialità, il loro bisogno assoluto di controllo e tendenzialmente la loro maleducazione i collaboratori che hanno a che fare con loro. E’ l’archetipo degli archetipi della vita aziendale, il terrore di tutte le nostre scrivanie.
“C’è chi lo chiama Re Sole, con il suo stuolo di cortigiani al seguito, c’è chi lo chiama Re nudo, circondato da persone che si complimentano per il suo vestito nuovo. I nordestini lo chiamano Paron”
recita “Manager per caso”, la guida impudica alla sopravvivenza in azienda.
Di hybris si macchiano anche i manager Scalatori, che in piena sindrome di Icaro – ne parlavamo qualche edizione fa qui –
guardano al Board di Direzione come all’Olimpo dal quale sono stati ingiustamente defraudati e a cui tendono proprio come l’acqua e la terra puntano in basso e l’aria e il fuoco in alto secondo la teoria dei luoghi naturali del filosofo Aristotele.
E poi si sfracellano, al suolo, cera sciolta tra le mani.
Casi di umanissima debolezza che si avvicinano per assonanza – per quell’umano che si nasconde dietro l’arroganza – a Prometeo, un’altra figura mitologica legata nell’immaginario collettivo all’hybris, un tema ricorrente nella letteratura e nella tragedia greca, quell’oltrepassamento del limite che viene genericamente considerato empio e punito dagli Dei.
Il dizionario ci spiega che l’hybris
“è l’orgoglio che, derivato dalla propria potenza o fortuna, si manifesta con un atteggiamento di ostinata sopravvalutazione delle proprie forze e come tale viene punito dagli dèi direttamente o attraverso la condanna delle istituzioni terrene (per es., la h. di Prometeo)“.
PROMETEO IERI, OGGI, DOMANI
Di Prometeo ne parlano Esiodo, Eschilo nella trilogia “Prometeo incatenato”, “Prometeo liberato” e “Prometeo portatore del fuoco” e i tragici Sofocle e Euripide.
Figlio di Giapeto e di Climene, Prometeo appartiene alla stirpe dei Titani, preesistenti a Zeus. Assieme al fratello Epimeteo – in greco, “colui che pensa dopo” – viene ricordato da Esiodo, Platone, Apollodoro e Ovidio come il creatore degli esseri umani dal fango.
E proprio contro il volere di Zeus, Prometeo ruba dall’Olimpo il fuoco e lo dona agli umani. Per punizione finisce incatenato e sottoposto alla tortura di sentirsi divorato il proprio fegato da un’aquila per l’eternità.
Una condanna atroce che tradisce la portata mastodontica della sua impresa.
Perché Prometeo non dona semplicemente il fuoco agli umani, insegna loro a generarlo, regalando a tutti noi techne, conoscenza e progresso.
Perché il fuoco è calore, cucina, fusione, vita. E’ lo strumento che consente a noi esseri umani di resistere alle intemperie, di cucinare, di sterilizzare, di forgiare i metalli, di migliorare la qualità delle nostre esistenze.
E allora, mi dico,
e se un pizzico di hybris fosse proprio quello di cui oggi abbiamo bisogno?
In un’epoca
- in cui il pianeta reclama attenzione,
- in cui grandi dimissioni, quiet quitting, recessioni dei talenti modificano profondamente il modello di lavoro,
- in cui l’Intelligenza artificiale, il parto alla quintessenza del fuoco prometeico, rimette in discussione il ruolo dell’essere umano nel mondo anche lavorativo (in apertura l’immagine tratta dalla serie tv “Battlestar Galactica“, con lo splendido Cylone Number Six, frutto dell’Intelligenza Artificiale, in piedi tra gli umani, in cerca della sua nuova umanità)
- e lo smartworking, il lavoro a progetto e le settimane corte sono soluzioni o quanto meno tentativi, centrati o meno, che iniziano a fare capolino manifestando la nostra necessità di recuperare quelle priorità esistenziali che avevamo perduto lungo il cammino della produzione e del fare
- in questo contesto complesso e pieno di pieghe che è il nostro post moderno,
non serve forse un ritorno di Prometeo lungo i corridoi aziendali per ridare a tutti noi esseri umani, a tutti noi lavoratori e lavoratrici
- quella qualità della vita perduta,
- quei sorrisi che abbiamo perso chini sulle scrivanie,
- quel progresso che nasce dalla capacità di lavorare insieme e che è immune ai tranelli del divide et impera,
- quella solidarietà che spesso è espulsa tra una funzione aziendale e l’altra, come fossimo squadre di calcio o armate in lotta tra di loro per la conquista del Cda e la pace delle nostre rampanti coscienze?
Un Prometeo che ci liberi anche da se stesso e ci consenta di fermare il tempo, di scattare un’istantanea di chi siamo e capire dove andare. Che ci doni la tracotanza di superare noi stessi e dire basta per ricominciare.
Un Prometeo per ridarci quell’equità e quella distribuzione dei beni comuni che il consumismo consuma.
Un Prometeo per ricordarci che mentre lavoriamo facciamo parte di una società che contribuiamo a costruire tutti i giorni insieme. E che oltre all’io ci sono l’altro e l’ambiente che ci circonda.
Un uomo prometeico che, come ci indica l’etimologia, “riflette prima”, “pensa prima di agire”.
Un Prometeo che per una volta tanto sfugga all’aquila e si tenga stretto quel fegato, quel coraggio (Prometeo “ha un bel fegato“) che gli Dei gli vogliono sottrarre e la smetta di farselo rodere.
L’espressione “rodersi il fegato” non allude forse alla rabbia inespressa che una persona assertiva si risparmia?
E mentre aspettiamo la discesa dal cielo di questo eroe, di questo essere eccezionale che ci renderà un orizzonte e la libertà di pensiero e di espressione, non escludiamo che l’attesa ci farà buon gioco.
Perché l’attesa, come ci ricorda Ginevra Bompiani, è lo scarto tra “quel che aspettiamo e l’accadimento che interromperà la nostra attesa, fra l’atteso e colui che arriva, l’ospite reale che si presenta alla porta”.
Mentre aspettiamo potrebbe capitare che non ci sia nessuno da aspettare.
E che quel Prometeo che ruba agli Dei l’intelligenza e l’assertività, che dona agli umani la possibilità di migliorare le nostre vite, anche a lavoro, e la lucidità di pensiero e la chiarezza del cuore, proprio quel Prometeo non sia nient’altro che noi.
Per approfondire
Eschilo, “Prometeo”, Feltrinelli, 2015
Platone, “Protagora”, Bompiani, 2011
Federico Condello, “Prometeo. Variazioni sul mito”, Marsilio, 2022
Romano Trabucchi, “Prometeo e la sopravvivenza dell’uomo. Tecnica e prassi per il terzo millennio”, Franco Angeli, 1998
Lewis Carroll, “Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie”, 1865
Aristotele, “Fisica”, Bompiani, 2011
Ginevra Bompiani, “L’attesa”, 1988
Angela Deganis, “Manager per caso. Guida alla sopravvivenza in azienda”, Morellini, 2022
La voce “tracotanza” sul dizionario Treccani
La voce “hybris” sul dizionario Treccani
L’articolo sulla Sindrome di Icaro in “Vita da manager. Esercizi di management, filosofia in azienda e dintorni”
Queen, “Don’t stop me now”, 1979
La famosa scena di “Matrix”, Lana Wachowski, Lilly Wachowski, 1999
“Yes man“, Peyton Reed, 2008
“Battlestar Galactica“, Glen A. Larson, 2004-2009
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