La sindrome dell’impostore serpeggia nei nostri uffici e nei nostri cuori. Questione di pura insicurezza? Occhio a chi ci ‘impostorizza’.
Scagli la prima pietra chi non si è sentito almeno una volta nella vita un po’ impostore.
Prendi Agnese, un nome fittizio dietro al quale si cela la storia reale di un’amica.
Agnese ha 50 anni, i capelli corti e sottili e le fossette sulle guance perfettamente simmetriche quando sorride.
Vive a Milano al quarto piano di una palazzina attigua alla fermata Lotto della M1.
Ha una figlia stupenda, un marito affezionato e un gatto, Gattaca, a cui tiene molto. Ascolta Radio Italia tutte le mattine a colazione anche se lei è originaria di Goteborg, cittadina della costa ovest della Svezia, riferimento a livello mondiale per soluzioni sostenibili.
Agnese lavora nel settore corporate di una grossa multinazionale del settore bancario. Un ambiente sfidante e competitivo. Gestisce le agende dei dirigenti e organizza eventi.
E’ preparata, precisa, intelligente e funzionale. Conosce perfettamente quattro lingue, italiano, inglese, francese e svedese. I colleghi la apprezzano.
La vita di Agnese? Perfetta. Eppure con noi amici Agnese si mette frequentemente in discussione. Si chiede spesso se è all’altezza del ruolo che ricopre. Noi guardiamo la sua meraviglia di donna, di madre e di professionista e pensiamo che stia sabotando, con i propri dubbi, il lavoro dei suoi sogni. O quanto meno la sua serenità.
Uno sguardo storto del direttore marketing che magari quella notte non ha chiuso occhio perché la figlia ha sofferto di tonsillite diventa un indizio di critica nei suoi confronti. Se il Ceo le cancella una riunione di allineamento per due volte consecutive magari perché oberato da altri impegni, lo ha infastidito il fatto che io lo abbia contraddetto sulla prenotazione negli Hamptons, ci dice. Hamptons…, ripetiamo noi con tono sospeso, controllando Google Maps.
Non occorre scomodare Freud per comprendere che Agnese è la prima a non credersi, intenta a configurare o enfatizzare scenari che le confermino un’inettitudine che in realtà non le appartiene. L’executive coach Sara Sabin su “Fast Company” lo dice: le persone affette da sindrome dell’impostore sono spesso alto performanti.
Non giudico Agnese. Semmai lo facessi, ti autorizzo a lanciarmi le pietre che trovi nella cover, una a una. (Magari evita di centrare organi vitali o fai solo il gesto. Capirò immediatamente).
Nei momenti di maggiore stress – e per un direttore, un manager, un capo funzione i momenti di tensione si traducono spesso in interminabili ore, settimane, mesi – la lucidità viene meno e di fronte a interlocuzioni difficili con i colleghi è un attimo che si pensi di essere in errore, di non essere adeguati.
Sono i rigurgiti atavici della sindrome dell’impostore che ribollono silenti in noi. Stanno lì, quieti e accomodanti nel nostro costato come piccole braci che ti fanno caldino ma che al primo gesto di non riconoscibilità diventano altamente incendiabili e detonano nella nostra testa. Come bombe a orologeria.
Coniata dalle psicologhe Suzanna Imes e Paialine Rose Clance quasi 50 anni fa, la sindrome dell’impostore descrive un fenomeno bizzarro quanto usuale, che ti porta a sentirti incompetente nel tuo ruolo, anche se non lo sei. Un cocktail micidiale che shakera false credenze, dubbi, una bassa fiducia in se stessi e sentimenti di inadeguatezza, spolverati di paura che gli altri scoprano che la posizione che occupi non ti appartiene.
Una sindrome che non va sottovalutata. Migliaia di professionisti nel mondo, imprenditori inclusi, si chiedono se hanno le giuste skills per continuare a ricoprire il proprio ruolo. Il 70% della popolazione l’ha provato almeno una volta nella vita. Parola di Amy Morin, psicoterapeuta e lettrice alla Northeastern University, e dello studio pubblicato nell’ “Internation Journal of Behavioral Science“.
E se invece Agnese avesse, almeno in parte, ragione? Se fossero il direttore marketing e il Ceo con atteggiamenti poco caring a incentivare il pensiero di impostura?
Angelica Gutiérrez, associate professor of management alla Loyola Marymount Univesity, ci avvisa che gli atteggiamenti dei colleghi che ci circondano hanno un peso importante nel suo innesco.
Si chiama impostorizzazione.
Un termine che si riferisce alle policies, alle pratiche, alle ‘innocue’ interazioni, a un contesto che mette in discussione l’intelligenza, la competenza e il senso di appartenenza dell’interlocutore.
E la differenza di genere parrebbe avere il suo peso. Un bias culturale?
Dallo studio dell’ “Academy of Management Journal” “We Ask Men to Win and Women Not to Lose: Closing the Gender Gap in Startup Funding“, tenutosi nel 2018 ma ancora tristemente attuale, si evince che le imprenditrici donne ottengono 5 volte in meno finanziamenti rispetto alla loro controparte maschile. Un dato condizionato dal modo di porsi dei due generi. Si registrerebbe, infatti, un maggior orientamento maschile a porre ai propri interlocutori domande orientate al raggiungimento degli obiettivi e all’avanzamento di carriera e una tendenza femminile a privilegiare domande relative alla sicurezza e alla prevenzione. Il che condizionerebbe l’assegnazione dei finanziamenti.
Attestato che
la sindrome dell’impostore è condizionata anche dal contesto e non solo dalla singola mancanza di confidenza individuale,
cosa possono fare le organizzazioni per prevenire situazioni di paralisi professionale così dolorose e talora invalidanti?
- Dare feedback che sottolineino i punti di forza dell’interlocutore e non solo le aree di miglioramento
- Garantire una politica di equità di remunerazione tra gli impiegati
- Chiamare per nome i propri collaboratori
Si, chiamarli per nome. Lo conferma una ricerca pubblicata in “Ethnography and Education” del 2021 che asserisce l’importanza di accogliere i nostri collaboratori come singole individualità.
Se, giunto a questo punto della lettura, temi di essere affetto da sindrome dell’impostore ma non ne sei sicuro, ecco, sospetto tu abbia già qualche probabilità di esserlo per il solo fatto che ti poni il problema e ti metti in discussione. (Ci sono cascata anche io).
Ma chi sono io per dirlo. Gli esperti ci danno alcuni indizi:
- ti convinci di essere un fake
- sei terrorizzato dall’idea di sbagliare e questo ti fa sbagliare di più, contribuendo al tuo auto-sabotaggio
- pensi che le altre persone ti sovrastimino e ti schernisci di fronte ai complimenti
- per eliminare il sentimento di inadeguatezza lavori duramente e non c’è sforzo che sia abbastanza
- sei insoddisfatto del tuo operato
- non cogli le opportunità al di fuori della tua comfort zone
- rifiuti di celebrare i tuoi successi
Non demordere. Se ne soffri, Ken Sterling, Executive Vice President di BigSpeak consiglia di
- parlarne con un amico o un mentore. Agnese lo fa con noi
- riscrivere positivamente lo script che alberga nella tua mente
- fare una lista dei tuoi punti di forza
- imparare a sentirti a tuo agio nei momenti di imbarazzo
- fake it till you make it. Tutt’altro che un monito alla disonestà, bensì un atto di fiducia nei confronti di te stesso e della tua capacità di farcela.
Agnese ci sta provando. Tiene Gattaca sul grembo mentre, seduta sul divano, scrive sul quaderno verde i suoi pro.
E un giorno quella prima pietra la scaglierà ‘anche’ lei.
PER APPROFONDIRE
L’articolo di Angelica Gutiérrez su “Inc“
La ricerca “We Ask Men to Win and Wome Not to Lose”
L’articolo di Sara Sabin su “Fast Company“
Foto by Pixabay

